Bojack Horseman non sei tu

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Verso la fine del 2016 avevo iniziato da poco ad usare Netflix e avevo un gran bisogno di svagarmi. Bojack Horseman mi era apparso tra i titoli più visualizzati del catalogo e dal poco che avevo intuito dalla trama striminzita offerta dalla piattaforma mi sembrava di aver trovato una godibile cartoon sitcom e pensavo che non potesse capitarmi programma migliore. Ovviamente sono bastati pochi episodi per capire che quella che stavo guardando non era esattamente una serie leggera e, anzi, trattava proprio quegli argomenti di cui proprio non avevo bisogno di sentir parlar in quel momento, in primis la depressione e il non saper gestire la propria vita. Nonostante questo l’ho divorata e da ormai due anni aspetto sempre con ansia una nuova stagione.

Bojack Horseman è assolutamente uno dei migliori show che abbia mai visto e il primo che, a mio parere, tratta in maniera realistica, autentica e soprattutto non banale argomenti complessi come l’alcolismo, l’abuso di droghe e le malattie mentali dando però anche grandissimo spazio all’attualità, al black humor e ai siparietti non-sense. Inoltre la scelta dell’animazione e la rappresentazione di un universo popolato da umani e animali antropomorfi rendono paradossalmente più realistiche sia le difficoltà che la complessità della vita, dandone spesso e volentieri un’immagine poco piacevole allo spettatore, un vero e proprio calcio nell’uretra come ammette lo stesso protagonista nell’episodio pilota. La sceneggiatura è impeccabile, ben studiata e a tratti addirittura sperimentale: ci si può rendere subito conto del fatto che lo spettatore non si trova davanti ad un “cartone animato” ma ad un prodotto che non vuole essere meno di un serial televisivo con attori in carne ed ossa. Questo elemento in particolare acuisce la gioia di scrive e mi dà l’occasione di dire con convinzione che l’animazione non sia una forma di intrattenimento di serie B, ma è semplicemente un’altra forma d’arte che in certi casi è molto più adatta a mettere in scena determinati argomenti. D’altronde lo stesso Leopardi nelle sue Operette Morali affermava che ironia e scenari di fantasia erano un ottimo strumento per spiegare al meglio il suo pessimismo cosmico!

I disegni (realizzati dall’illustratrice Lisa Hanawalt) hanno uno stile semplice e retrò che sicuramente un po’ strizzano l’occhio a Daria, serie animata di grande impatto tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, ma soprattutto molto colorati e con un utilizzo minimale del nero, caratteristica che sicuramente può risultare fuorviante considerando i temi rappresentati ma che segna un punto a favore dell’impronta realistica che il creatore e sceneggiatore Raphael-Bob Waskberg vuole dare alla sua creatura.

Character design di Bojack Horseman realizzato da Lisa Hanawalt in Bojack Horseman: The Art Before the Horse 

Ma cos’è che racconta esattamente questa serie? Bojack Horseman è un attore di mezza età che negli anni Novanta era sulla cresta dell’onda perché protagonista della fortunata sitcom Horsin’ Around. Purtroppo per lui la fama non è durata negli anni successivi e nel 2014, ormai senza un’occupazione e in balìa di sé stesso decide di ingaggiare (di malavoglia) una ghostwriter affinché possa trattare la sua vita per filo e per segno con occhio critico e imparziale. Da qui in poi ci vengono raccontate le giornate tipo del nostro uomo-cavallo, rendendo subito noto a chi guarda l’insoddisfazione cronica che accompagna la sua figura via via che le stagioni proseguono: non importa se il libro è diventato un best-seller in poco tempo, non importa se grazie a questo finalmente la sua carriera si è rialzata arrivando anche ad interpretare il film dei suoi sogni. Come afferma la stessa madre di Bojack nel primo episodio della seconda stagione:

«Tu sei nato sbagliato, questo è il tuo diritto di nascita. Ora puoi anche riempire la tua vita di progetti: tu, i tuoi film, i tuoi libri, le tue amichette ma, questo non ti completerà. Tu sei Bojack Horseman e non c’è cura per questo».

Sì lo so, dialogo forte e madre adorabile.

A mio parere da qui Waskberg con la sua sceneggiatura ci pone un importante quesito: chi è il vero responsabile delle proprie azioni? Naturalmente ci verrebbe spontaneo dire “ognuno di noi lo è” e nello show non ci viene mai risparmiata questa affermazione ma è ovvio che in questo caso specifico si può capire che genitori anaffettivi e disfunzionali non aiutino. É proprio dietro questa scusa che il più delle volte Bojack si nasconde: “non sono io ma è tutto ciò che mi è capitato nella vita e se sbaglio la colpa non può essere mia” per poi crogiolarsi subito dopo nell’autodistruzione verbale, alcolica e data dagli stupefacenti. Forse si potrebbe dire un perfetto quadro di un depresso da manuale.  Infatti Bojack Horseman, come ho già accennato sopra, racconta una realtà ma è una realtà che più spesso di quanto si creda NON è universale. Certo, ci sono diversi personaggi con diverse personalità (il ragazzo senza occupazione e preoccupazione, l’uomo felice e spensierato, la donna infelice e quella in carriera) e tutto questo, in qualche modo, basta a mettere in animazione una piccola parte del vissuto di ognuno di noi. Ma c’è una cosa che ho notato e che, con mio estremo rammarico, troppo di frequente sfugge (almeno in Italia) all’occhio di molti spettatori dello show: il mondo che vediamo non è filtrato dal punto di vista di un uomo normale che ha una vita difficile ma è il punto di vista di un uomo malato di una malattia vera e grave tanto quanto potrebbe esserlo un cancro. Questo non rende sicuramente Bojack meno innocente quando compie una brutta azione che nove volte su dieci ferisce una persona che gli sta vicino ma forse è uno dei punti su cui è facile vedere il personaggio come uno stereotipo dell’errare umano. Nonostante questa ambivalenza che sicuramente si può scorgere a tratti, resto dell’idea che sia molto sbagliata l’autoidentificazione esagerata che molto spettatori compiono nel personaggio di Bojack quando si ha semplicemente un periodo più buio o più solitario del solito: la vera “vita che va di merda” riguarda quelle persone che si sentono perse in ogni momento, da quando si svegliano al mattino a quando si coricano la sera. C’è da dire che la stessa autoidentificazione con un personaggio inventato era già un problema di Goethe ai tempi de ” I dolori del giovane Werther”, tra l’altro per motivazioni molto simili. Infatti molti giovani lettori del suo romanzo, all’epoca, finirono per imitare la scelta suicida del protagonista, creando una vera e propria catena di autodistruzione. Evidentemente il divario temporale non è bastato, ahimè, a risolvere questo problema.

Bojack Horseman 4×06 “Stupid piece of shit”

Io stessa, che credo di capire e amare la serie, non riuscirei mai ad identificarmi con questo personaggio ma ciò non significa che ciò che in essa viene raccontato non mi tocchi nel profondo perché credetemi, questo è il suo più grande pregio.

Con questo pippone simil moralistico vorrei solo che sia chiaro come questa serie ha secondo me tutte le potenzialità per spiegare in maniera molto profonda tematiche assai delicate su cui è sicuramente davvero difficile maturare una visione non superficiale del problema.

Perché certamente io non sono Bojack Horseman ma sono sicura che, in fondo fondo, non lo sia nemmeno tu.

Arianna Dornetti

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