La disintermediazione politica è davvero disintermediata?

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Le elezioni politiche del 2018 passeranno alla storia come una svolta epocale nel rapporto tra la politica e il cittadino, tra la “casta” e la “plebe”: l’”avvocato del Popolo”, Giuseppe Conte, riunisce in sé l’espressione del voto popolare di due forze politiche alleate nel nome della disintermediazione e della rottura con il sistema tradizionale di rapporti tra istituzione, media ed elettori. In una simile ottica il parlamentare diventa l’eletto dal popolo strettamente vincolato alla forza politica che lo ha candidato e al suo programma: il contratto di Governo esprime, infatti, una visione dell’azione dell’Esecutivo fortemente legata a un contesto di garantismo e trasparenza nei confronti del cittadino più che nei confronti del Parlamento stesso. La libertà di espressione e di “cambiare idea” diventa tradimento del popolo, il dialogo con le opposizioni è un tabù perché “loro” hanno sbagliato tutto e hanno portato alla rovina il paese, il giornalismo tradizionale è combattuto e deriso in quanto espressione, secondo gli stessi leader del Governo gialloverde, dell’establishment e del conservatorismo europeo nel segno dell’austerity e di una totale sottomissione della volontà popolare alla volontà politica dei burocrati di Bruxelles. Siamo di fronte davvero ad un Governo del cambiamento: non tanto nei contenuti del programma, quanto nei rapporti con i tradizionali protagonisti della politica italiana.

La centralità del social network, e quindi della rete, ha lo stesso ruolo  del contratto di Governo: invertire la rotta della politica a favore della trasparenza del cittadino. Con il contratto le due forze politiche hanno legittimato, almeno a livello contrattuale, una concezione di “fare politica” che vincola la libertà del potere legislativo per restare fedeli alle promesse elettorali: qui ci si potrebbe soffermare su quale sia la vera garanzia per il cittadino, se la libertà di coscienza del parlamentare costituzionalmente garantita o la fedeltà alle promesse elettorali con la conseguente caduta del legislativo (la centralità dell’esecutivo in questa legislatura è dovuta anche a forti ragioni politiche, e cioè l’opposizione alla Commissione europea, organo governativo non eletto dal popolo a cui si contrappone la compagine gialloverde). Con il social network, invece, si ufficializza un nuovo canale di comunicazione che mira alla creazione di un rapporto diretto tra l’elettore e il politico evitando o anticipando il filtro del giornalismo: se il contratto toglie centralità al Parlamento (legittimando proprio ciò che avrebbe potuto diventare la nostra Costituzione con il referendum di Matteo Renzi), e riflessioni sull’inutilità del legislativo si ritrovano nelle parole di Casaleggio Junior e del Sottosegretario Giorgetti (nonché nel disegno di legge costituzionale pentastellato che mira a dimezzare i parlamentari), il social media oscura il giornalismo delle televisioni e dei quotidiani. In entrambi i casi, la parola chiave è semplificazione, o meglio, riduzione: il cambiamento disintermedia l’azione di Governo e la comunicazione con il fine dichiarato di porsi “al servizio del popolo” e con il fine non dichiarato di annichilire le diversità di vedute dei singoli parlamentari e di delegittimare gli opinionisti politici.

Di fronte a un simile sistema, occorre chiedersi: la disintermediazione posta in essere è davvero disintermediata? Cioè, il cittadino è davvero nelle condizioni di giudicare come ha speso il proprio voto e come ha agito il Governo da lui legittimato? La criticità riscontrata nella risposta a questi interrogativi ci porta a riflettere sul vero nocciolo della questione, e cioè sull’assenza di oggettivi criteri di valutazione dell’azione politica. Il giornalismo tradizionale non ha saputo assolvere a tale compito, limitandosi alla ricerca di una fetta di mercato consistente attraverso sbilanciamenti partitici e studiati con il solo fine di vendita; l’arrivo dei social network ha così dato luogo a una duplicazione dell’opinione politica, leader senza alcun costo economico per il fruitore da una parte e giornalista dall’altra (con costi economici elevati e senza immediatezza, altro fattore da considerare vista la difficoltà oggettiva per l’elettore medio di partecipare alla vita politica). Questa concorrenza ha portato ad un netto sbilanciamento a favore del leader politico che ha oscurato l’opinione giornalistica, con il pericolo odierno che porta il politico a essere giornalista di se stesso.

E così, se in un primo momento l’assenza di criteri valutativi oggettivi dell’azione politica pesava nell’utilizzo dei media tradizionali attraverso giornali e giornalisti di partito, ora è il leader politico stesso a decidere ciò che mettere in evidenza e ciò su cui tacere. Non solo: il leader oggi è un opinionista che diffonde dati appositamente studiati per dimostrare la coerenza e l’efficacia della  propria azione politica, e spesso nei programmi televisivi sono gli esponenti stessi a contrastare accademici o statistici e ad avere la meglio per l’opinione pubblica data la notorietà e la modalità di comunicazione (la nota contrapposizione “professoroni” – rappresentanti del popolo). Il sistema è appositamente studiato per soddisfare il cittadino: la discussione parlamentare è una mera formalità, i giornali sono venduti all’establishment e i leader politici sono dei supereroi che combattono per il proprio popolo e che comunicano i loro risultati attraverso canali immediati e mediante un linguaggio comprensibile che utilizza il dato giusto al momento giusto. I social sono pur sempre media: i post sono immediati nelle tempistiche, ma studiati e strutturati nei contenuti.

In questo gioco delle parti, è la politica a uscirne sconfitta: se ciò che si comunica conta di più del risultato effettivo e il leader politico del momento diventa una testata giornalistica nazionale, la visione dei cittadini dell’azione di Governo continuerà a essere miope e legata a un’appartenenza politica in un contesto di bubble democracy in cui la libertà di pensiero si muove negli argini e nei meandri della comunicazione politica.

Lorenzo Citterio

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