L’horror nipponico che guarda all’Occidente: il genio visionario di Junji Ito

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Fin dalla prima adolescenza ho sempre trovato particolarmente interessante e appassionante il genere horror sia nel cinema che in letteratura. L’estate dei miei quindici anni è stata costellata dalla lettura dei bestseller di Stephen King e per anni, confesso, è stato addirittura difficile cambiare autore e genere. Negli ultimi tempi questa passione ha ricevuto nuova linfa grazie alla scoperta delle opere di Junji Ito, fumettista e sceneggiatore giapponese famoso in patria già dalla fine degli anni ’80. Nasce nel 1963 nella prefettura di Gifu e intraprende, in età adulta, studi odontoiatroci arrivando anche a laurearsi e ad esercitare la professione di dentista. Nel 1987 pubblica sulla rivista Gekkan Halloween (di genere shojo, ovvero principalmente rivolta ad un pubblico di adolescenti e giovani donne) la sua prima opera, Tomie, che gli valse il premio Kazuo Umezu, riconoscimento dedicato ad uno dei più importanti mangaka horror del secolo scorso nonché importante fonte di ispirazione per Ito stesso. Dopo questa vittoria l’autore decise definitivamente di abbandonare la sua professione per intraprendere la carriera di fumettista, fino ad allora passione relegata ad un semplice hobby saltuario.

Oltre al già citato Umezu, Junji Ito ha dichiarato, come fonti di ispirazione per il suo lavoro, Hideshi Hino e Yasutaka Tstutsui, entrambi mangaka di alto livello rispettivamente specializzati in intrecci horror e fantascientifici. Ha indicato inoltre Howard Phillips Lovecraft e il genere body horror come influenze di vitale importanza. Proprio dal riconoscimento di queste ultime due fonti nelle sue opere sono stata maggiormente colpita; infatti nonostante un tratto realistico ed elegante e la presenza di forti elementi della cultura giapponese, gli intrecci delle storie di Ito sono spesso e volentieri accostabili a quelli della letteratura americana dell’orrore, di cui Lovecraft è stato l’iniziatore ed uno dei massimi esponenti. 

L’universo che Ito descrive è crudele e capriccioso; i suoi personaggi si trovano spesso vittime di circostanze non naturali scaturite da situazioni normali e senza che vi sia un motivo visibile. La paura dell’ignoto e le situazioni narrate sono violente e imprevedibili e risultano facilmente accostabili al topos della “città di provincia maledetta”, vivissima negli scritti del già citato Lovecraft (per esempio in The shadow over Innsmouth) e nei suoi eponimi, quali Shirley Jackson e Stephen King. Considerando quest’ultimo, ad esempio, ho trovato sorprendente la quantità di similitudini che esistono tra It, best seller di King, e Uzumaki, successo di Ito del 1999 sia in patria che all’estero a cominciare dallo scheletro dell’intreccio: in entrambe le opere infatti la vera protagonista è la maledizione che si imbatte su un piccolo centro urbano sperduto in una provincia dalla mentalità prettamente conservatrice. Nel caso di It troviamo questa maledizione personificata da un essere multiforme, anche se nell’opinione comune è rimasta impressa la figura di Pennywise, il clown assassino grazie anche alle interpretazioni di Tim Curry per la miniserie televisiva del 1990 e di Bill Skarsgård per il film del 2017. In ogni caso, si tratta di una presenza fisica facilmente distinguibile sia dai protagonisti che dagli spettatori. Per l’opera di Ito invece, il discorso si fa un po’ più complesso in quanto la maledizione si presenta come un simbolo, più precisamente una spirale (uzumaki, infatti, significa proprio questo) che inizia a poco a poco ad insinuarsi nella vita dei suoi abitanti, facendoli impazzire e addirittura cambiare forma in maniera cruda e morbosa: basti pensare, a titolo di esempio, al primo capitolo, dove il padre di Schuichi, protagonista maschile della storia, inizia ad essere ossessivamente attratto dalle spirali tanto da volerle riprodurre e ricreare su qualunque cosa.

Uzumaki – Spirale Vol. 1, pag 24, Edizioni Star Comics, Perugia 2018

Il finale della storia non è ovviamente piacevole e non è altro che un’estremizzazione al limite del patologico di questa ossessione ben visibile nel disegno qui sopra. Vi risparmio l’immagine finale del capitolo invitandovi a procuravi il libro, così evito, tra le altre cose, di far prendere un colpo ad eventuali lettori deboli di cuore e spoiler per quelli con lo stomaco forte.

Il caso di Uzumaki è l’esempio più lampante di questo parallelismo tra horror americano e giapponese ma anche in altre opere dell’autore è possibile riscontrarlo facilmente. Basti pensare a Gyo,  pubblicato nel 2001 dove il Giappone viene in poco tempo assediato da un’ orda di pesci a cui sono misteriosamente spuntate le zampe, gettando la popolazione nel caos più totale (un classico alla Godzilla se vogliamo ma con in più numerosi spunti della più moderna narrazione fantascientifica e un omaggio ai b-movies occidentali).

Gyo – Odore di morte, pag. 54 , Edizioni Star Comics, Perugia 2018

In ogni caso è certo che nelle opere di Ito moltissimo facciano, oltre alla lettura e alla visione di opere scelte ad hoc, una fervida immaginazione e probabilmente qualche ossessione o paura dell’artista stesso (pare, ad esempio, che sia inquietato e terrorizzato dagli sguardi delle persone e che, di conseguenza, detesti essere fissato).

La scelta di scrivere un articolo su questo autore non è stata fatta a caso: Junji Ito è infatti stato ospite ufficiale del Lucca Comics and Games 2018 al padiglione della Star Comics Edizioni dal 31 ottobre al 4 novembre scorsi, insieme ad una bellissima mostra dal titolo “Junji Ito – La spirale della mente, l’inferno della carne”.

Foto da piazza.starcomics.com/evento/junji-ito-la-spirale-della-mente-linferno-della-carne/

Si tratta della sua prima apparizione pubblica nel nostro Paese dove la maggior parte delle sue opere sono state editate in lingua italiana all’inizio di quest’anno (oserei dire con un “leggero” ritardo).

Inutile dire che io ero presente e ho passato mezza giornata in coda per avere il suo autografo come una fan girl quattordicenne. Ma ragazzi, ne è valsa davvero la pena.

 

Dedica speciale a Federico, Stefano e Mattia che si sono sciroppati tutta (o quasi) la suddetta fila con me ma che soprattutto mi hanno fatto passare tre bellissimi giorni in compagnia. Grazie ragazzi, vi voglio bene.

Arianna Dornetti 

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