Quando non ci va bene che li si aiuti a casa loro

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(Foto LaPresse)

Era la notte tra il 20 ed il 21 Novembre quando la giovane volontaria Silvia Romano è stata rapita in Kenya. Ora non vi parlerò di come è stata rapita, delle ricerche per ritrovarla o delle varie indagini (che fortunatamente stanno portando a buoni e speranzosi risultati): la vera questione, al di là della vicenda in sé, riguarda la solita stupida campagna di fango contro la ragazza rea del fatto di averli, lei, veramente “aiutati a casa loro”.

In Italia abbiamo un serio problema, che affligge intellettuali ed ignoranti: l’incapacità di tacere davanti alle tragedie. Non riuscire a tenere a freno quella lingua biforcuta pronta ad avvelenare qualsiasi questione con vergognose sentenze quali “se l’è cercata” oppure l’evergreen combinazione di #aiutiamoliacasaloro e #primagliitaliani, ossia “poteva rimanere in Italia ad aiutare i poveri italiani”.

Detto ciò non si vuole in alcun modo criticare chi quotidianamente si impegna in Italia in attività di volontariato e di quanto essa sia importante, basti girare in Milano per accorgersi delle code che ci sono davanti alle mense dei poveri o davanti alle varie sedi di Pane Quotidiano. Il bisogno in Italia esiste, la povertà in Italia esiste ed è un problema concreto (al di là degli slogan politici di chi dice di averla abolita). La questione però ruota intorno al fatto che non si riesca ad accettare ottusamente che una ragazza libera possa prendere la decisione di poter dare il suo contributo in zone anche ad alto rischio. Il problema va oltre il razzismo di qualche imbecille della rete, è la vera e propria intolleranza nel fatto che qualcuno dia una mano a chi soffre nel mondo. Ma se questa forma di intolleranza esce da qualche webete possiamo anche non stupirci, ci fa solamente tenerezza e pena. Stupisce che questa onda di volgarità 2.0 venga cavalcata pure da qualche libero pensatore come ad esempio l’editorialista del Corriere della Sera Massimo Gramellini, il quale nel suo articolo apre dicendo:

Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto.

(Cappuccetto Rosso, 22/11/2018)

Per poi chiosare sul fatto che chi insulta questa ragazza sia un traditore della propria giovinezza libera e sognatrice. Ovviamente ci fu la solita ripetitiva, questa volta giustificata, indignazione. Come scrisse poi il giorno seguente Gramellini nell’articolo “La riscrivo, quello che voleva fare lui è difenderla dagli attacchi. Solo che chi vuole realmente difendere la povera Silvia Romano non apre il proprio breve articolo scrivendo che avrebbe potuto soddisfare le sue smanie in Italia. Quello che è definito dal giornalista uno “shit storm” nei suoi confronti è semplicemente il raccolto della sua semina e di un pensiero, a detta del giornalista, interpretato male da qualche “gabbiano della rete”.

Oltre a Massimo Gramellini si aggiunge a questa cloaca il fiumano disegnatore Alfio Krancic, il quale in un tweet, poi rimosso, scrive: “Ma questa è in Africa a fare volontariato o a fare l’animatrice?”, allegando una foto della ridente ragazza in compagnia di alcuni bambini. Penso che questo post si possa commentare anche da solo per la bassezza del contenuto.

(Fonte: Twitter – utente: @m_raffaele_g)

Ma allora, non vale più “aiutarli a casa loro”? Da questa triste vicenda penso di aver imparato qualcosa che mai avrei appreso nella mia vita: siamo un popolo di ipocriti poltronari. Per noi è molto facile parlare di aiutarli a casa loro, nella casa che probabilmente non hanno più perché poveri o per via della guerra che ha portato loro via tutto. Ed è ancora più semplice dirlo mentre guardiamo la televisione insieme ai nostri cari, pronti per mangiare qualcosa che nemmeno un italiano sotto la soglia di povertà può permettersi. Ma quando una persona si mette realmente in gioco per cambiare qualcosa in questo mondo, dalla nostra poltrona armati di smartphone siamo pronti a sentenziare il fatto che se la sia cercata. Mi sembra assai facile dirlo dalla poltrona di casa propria, casa probabilmente che non è mai stata aperta ad alcun povero terremotato, a nessun esodato, a nessun italiano sul lastrico costretto a passare gli inverni in macchina perché una casa, lui, non ce l’ha più.

Allora aiutarli a casa loro non vale più, perché se non va bene per il povero africano, non va bene manco per il vostro vicino di casa, che probabilmente ha anche lui bisogno di aiuto, ed aspettate che cada giù dal cielo il decreto legge che abolisca la povertà, che regali soldi a chi non ne ha o addirittura che apra fantomatiche milioni di nuove posizioni di lavoro. Silvia non ha scelto di aspettare, Silvia si è messa in gioco per rendere vero ed efficace il vostro slogan della rete. Lei li ha #aiutatiacasaloro, mentre voi aspettate che il mondo cambi per decisioni di altri.

Matteo Abbà

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