Russia – Ucraina: dal conflitto armato al grande scisma ortodosso

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Negli ultimi tempi sicuramente tutti noi abbiamo sentito parlare del conflitto tra Russia e Ucraina, ma quanti tra noi sanno esattamente cosa sta succedendo? Abbiamo una reale idea della portata di quello che secondo alcuni esperti è il più sanguinoso conflitto europeo dopo quello nella ex Jugoslavia? 

Questi ultimi giorni del 2018 non promettono nulla di buono sul fronte dei rapporti tra Russia e Ucraina. 

“La Russia ci ha dichiarato guerra, siamo sull’orlo del disastro”

– ha detto il premier ucraino Arseni Iatseniuk martedì 4 dicembre.

“Questo è un allarme rosso. Questa non è una minaccia, questa è di fatto una dichiarazione di guerra contro il mio Paese”

– ha aggiunto il premier – 

“Noi esortiamo il presidente russo Vladimir Putin a ritirare le sue forze armate dall’Ucraina”.

Sebbene non sia una grande amante dei dati e delle statistiche, credo che per poter comprendere la reale portata di questo scontro possa esserci utile guardare qualche dato numerico.

Dal 2014 al 15 agosto 2017, secondo un report dell’Onu, la guerra in Ucraina conta almeno 10.225 soldati e civili morti. I feriti sono stati 24.500. Gli sfollati sono circa 1,6 milioni. Si stima che nell’est del Paese ci siano quasi 10.000 detenuti.

Questi numeri tanto grandi, che facciamo quasi fatica a leggere, devono destarci qualche preoccupazione? Dobbiamo essere allarmati da quanto sta succedendo o possiamo considerarlo l’ennesimo scontro “lontano dalle nostre case calde e sicure”? A mio modesto parere basterebbe il numero dei morti per scuotere la coscienza più grezza, ma ahimè non è così e di questa guerra i più non sanno quasi nulla.

Procediamo allora con ordine, cerchiamo di capire insieme quando e per quale ragione é scoppiata la guerra.

La crisi in Ucraina scoppia il 21 novembre 2013, quando l’allora presidente Viktor Yanukovych interrompe i preparativi per un accordo di associazione dell’Ucraina all’Europa, in favore di un prestito russo che legava ancor più il Paese alla Russia. Ne seguono proteste di massa note come “Euromaidan“. Dopo mesi di violenti scontri, il ​​22 febbraio 2014 Yanukovich fugge da Kiev, la capitale ucraina. In gran parte della regione russofona della Crimea, però, iniziano le proteste degli attivisti filorussi e antirivoluzionari. Dal 26 febbraio 2014, soldati russi spacciatisi per ucraini filorussi iniziano a conquistare la penisola. In seguito al referendum tenutosi il 16 marzo 2014, non riconosciuto da Unione Europea e Nato, la Russia annette la CrimeaIn seguito all’annessione della Crimea e a un già vivo movimento di proteste filorusse nell’Ucraina sudorientale, dal 6 aprile 2014 le dimostrazioni di gruppi filorussi e antigovernativi nel Donbass (le regioni ucraine di Donetsk e Lugansk) sfociano in un conflitto armato. Per risolvere la crisi, già di per sé molto preoccupante, i leader mondiali intavolano l’accordo di pace di Minsk, sancito la prima volta nel settembre 2014 e rinegoziato nel febbraio 2015.  Il 2016 ha visto un aumento del numero delle vittime e nel 2017 i combattimenti si sono intensificati.

Ribadiamo dunque chi sono i protagonisti di questo conflitto. A battersi, da una parte ci sono le forze separatiste filorusse delle autoproclamatesi Repubblica Popolare di Doneck e Repubblica Popolare di Lugansk; dall’altra parte c’è il governo ucraino, retto oggi dal presidente Petro Porošenko.

Che ruolo hanno i così detti “big” in questa guerra? Mosca è accusata di sostenere militarmente i miliziani separatisti. La Nato appoggia la sovranità dell’Ucraina. L’Unione Europea ha inflitto alla Russia sanzioni economiche in seguito all’annessione definita “illegale” della Crimea e alla mancata attuazione degli accordi di Minsk. Gli Stati Uniti sostengono l’alleato ucraino: dal 2015 circa 300 soldati americani addestrano in sordina i militari dell’esercito

Questo conflitto ha riflessi solo sulla vita politica ed economica degli ucraini o è interessato anche un aspetto molto più profondo e personale? Ecco dunque che entra in gioco la fede perché sì sa, quando non si sanno più che pesci pigliare, parare sulla religione risulta sempre comodo (soprattutto in paesi dove il credo è una componente inscindibile e fondamentale della quotidianità).  Nelle scorse settimane la Chiesa russa ha infatti eliminato qualunque riferimento al patriarca ecumenico Bartolomeo I – la guida spirituale della fede ortodossa – dalle proprie preghiere. Ora Mosca minaccia di rompere completamente con la Chiesa madre di Costantinopoli, provocando potenzialmente il più grande scisma del mondo cristiano dal 1054, quando Occidente e Oriente si separarono. Secondo il New York Times il Pope potrebbe concedere l’autonomia alla Chiesa di Kiev già questa settimana, motivo che ha fatto andare su tutte le furie il Cremlino.

Dalla fine del Seicento l’Ucraina è sempre stata sottoposta all’autorità del patriarcato di Mosca. Anche dopo la caduta dell’Urss al Paese non fu concesso lo status di autonomia riconosciuto invece ad esempio a Grecia, Serbia, Bulgaria e Romania. Nel ’92 naque una Chiesa ortodossa ucraina, ma tuttora non viene riconosciuta.

Ma se la situazione è rimasta in stallo per quasi trent’anni, qual è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso? La Chiesa russa è rimasta in rigoroso silenzio di fronte alle vittime ucraine della guerra scatenata da Mosca nel Donbass, così gli ucraini hanno deciso che loro con la Russia non vogliono averci nulla a che fare, neanche dal punto di vista religioso. A inizio settembre, inoltre, il Presidente ucraino Petro Poroshenko ha esultato in un tweet dicendo che al patriarca Bartolomeo era stata confermata l’autorità di riconoscere l’«autocefalia», cioè l’autonomia delle chiese locali, e che Kiev sarebbe a breve stata riconosciuta come tale. Allora Mosca ha minacciato lo scisma, sostenendo che il Pope non avrebbe quella facoltà.

«Non avremmo altra scelta se non quella di rompere i rapporti con Costantinopoli»

ha spiegato il responsabile delle relazioni esterne della Chiesa russa, il metropolita Hilarion di Volokolamsk, alla tv di Stato

«Il patriarca non avrebbe più il diritto di essere la guida di 300 milioni di fedeli, almeno metà della popolazione non lo riconoscerebbe più».

Alla luce di questa breve ma fitta disamina di quanto sta accadendo a est dei nostri mari, è chiaro che non possiamo prevedere gli esiti di questa guerra. Tuttavia pare utile sottolineare come a prescindere dall’esito del conflitto, con ogni probabilità, sia la Russia che l’Ucraina ne usciranno profondamente mutate.

Soraya Galfano

Per saperne di più: www.osservatoriodiritti.it/2018/10/16/ucraina-guerra

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