Manifesto contro l’inclusione linguistica

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Congresso finito! Grazie a tutt* e buon lavoro al nuovo direttivo!!!“, “Car* amic*, grazie a tutt* voi, che avete voluto darmi la fiducia e la possibilità di ricoprire il secondo mandato di portavoce alla camera dei deputati.” sono solo alcune delle frasi che sempre più spesso compaiono sulla mia bacheca. Si parla del cosiddetto linguaggio di genere quando si vuole creare una lingua il più possibile inclusiva e non discriminatoria nei confronti delle donne. Il verbo non è inserito a caso, creare non va certamente d’accordo con questo discorso: una lingua si evolve e si sviluppa, non si crea mai a tavolino perché non è artificiale (se non nel caso dell’Esperanto, ma questo è un caso a parte). Ogni anno nuove parole vengono inserite nei vocabolari della lingua italiana: non sono i termini inventati nei precedenti trecentosessantacinque giorni ma quelli che si sono consolidati nella lingua d’uso degli abitanti della nostra penisola. Funziona lo stesso per tutti gli altri elementi dell’italiano: non possiamo pensare di creare da un giorno all’altro un concetto linguistico, bisogna che si diffonda.

Petaloso è stato uno dei fenomeni mediatici degli ultimi anni, fortunatamente non è entrato nella lingua d’uso.

Ammettiamo però che questa pratica circoli sempre di più, una diffusione tale da poter essere ammessa nei vocabolari. Bene, come la pronunciamo? L’asterisco è un simbolo utilizzato tradizionalmente nella lingua scritta per censurare qualcosa, la sostituzione delle lettere avviene per questo motivo, non certo per dare la possibilità di decidere tra due alternative di genere. Possiamo pronunciarlo, nel caso di tutt*, “tutti e tutte”? O “tutte e tutti”? Ecco un’altra questione spinosa per i paladini del linguaggio di genere: anteporre il femminile al maschile. Ma perché? È una questione di importanza? Allora non si cadrebbe ancora nel baratro della discriminazione?

L’asterisco, figlio di satana e del politically correct. Che sono un po’ la stessa cosa.

La storia della lingua italiana, la sua evoluzione ha individuato il maschile come genere neutro ed è questa l’unica ragione che ci porta a dire che “Pietro e Lucia sono fratelli”, “le pesche, i kiwi e le pere sono buoni” o “Matteo e Beatrice sono i più bei redattori dell’Ora d’Aria”. Se trasponessimo tutto al femminile non cambierebbe assolutamente niente, se non che, al momento, sarebbe un metodo usato solo da me e un mio eventuale interlocutore si chiederebbe se Matteo abbia cambiato sesso dopo aver sentito che “Matteo e Beatrice sono le più belle redattrici dell’Ora d’Aria”.

Gli unici esseri che ammettono l’uso dell’asterisco per essere identificati. Ah, anche gli angeli.

Le certezze sono tre: l’asterisco non indica alcun genere, è impronunciabile e non contribuisce a rendere migliore la vita delle donne. Non è con il cambiamento linguistico deciso a tavolino che i tanti problemi che ancora oggi riguardano il genere femminile si risolveranno: non  sparirebbero gli obiettori di coscienza riguardo l’aborto, i datori di lavoro non smetterebbero di chiederci se programmiamo di avere un figlio, non aumenterebbe lo stipendio a parità di mansione con un uomo. Niente di tutto questo né altro, semplicemente contribuiremmo a rendere ridicole le lotte che davvero contano.

Daniela Marchesetti

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