Una giornata da pendolare

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Ore sette di lunedì mattina, l’inizio della fine. La sveglia suona e capisco subito la situazione in cui mi trovo; ritardo la sveglia di qualche minuto che passerò con l’angoscia sapendo che quel fastidioso rumore ritornerà e mi costringerà ad alzarmi dal letto. In quel preciso istante mi rendo veramente conto di quanto mi manchi e di quanto sia purtroppo lontano il weekend. Dopo una rapida colazione, aver lavato i denti e tolto il pigiama, che fortunatamente rincontrerò la sera, sono pronto ad affrontare la mia grande paura.

L’università? Ma che, il treno.

Come ogni pendolare che si rispetti, faccio i salti mortali per arrivare in orario su quel binario per prendere il treno, il quale non ha la mia stessa premura. In questa situazione, tra il freddo mattutino e qualche sbadiglio per il poco sonno, cerco la zona giusta per salire tra i primi. Il treno si fa attendere più di Godot, ma a differenza del protagonista dell’opera teatrale di Becket, dopo qualche interminabile minuto di ritardo, finalmente arriva. La gente sul binario, fino a qualche minuto prima assonnata, ora appare pronta correre i 100 metri; il premio? Un comodo posto a sedere, per non passare i 36 minuti più lunghi della giornata schiacciato come una sardina.

Una volta terminato il viaggio, piacevole se seduto, interminabile se in piedi, Milano e la sua nebbia ti accolgono.

Quando penso che il peggio sia passato, mi accordo di essere caduto in erroreNemmeno il tempo di scendere dal treno e prendere una boccata d’aria, mi rendo conto che la metropolitana mi aspetta. Sicuramente il tragitto è più breve, ma non per questo meno impegnativo. Alle 9 di lunedì mattina, c’è più gente sulla linea verde che a San Siro per Milan-InterDopo aver rinunciato a prendere la prima metro per il troppo caos, mi faccio coraggio; io e il mio zaino ci facciamo il più piccoli possibile, riuscendo a salire. Una volta sulla metro, l’unica cosa che posso fare è sperare che non interrompa la sua corsa e pregare che qualcuno nel tentativo di scendere alla fermata, non si faccia largo e mi pesti il piede. Come ogni lunedì, le mie preghiere sono vane. Una volta sceso della metro, mi aspetta una lunga giornata fatta di lezioni e di studio.

Dopo aver fatto il mio dovere da studente universitario, mi tocca (ri)fare quello da pendolare. In tutta fretta compio il percorso inverso, fino ad arrivare alla fermata di Porta Garibaldi. Dopo aver salutato Piazza Gae Aulenti illuminata, mi fiondo verso il treno alla ricerca di un posto a sedere sul treno che mi riporterà a casa.

Una volta arrivato, sperando a un orario decente, posso finalmente rincontrare il caro pigiama e passare del tempo in tranquillità fino alla mattina seguente, quando ci sarà un altro treno ad aspettarmi.

Nicolò Martignoni 

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