The Ballad of Buster Scruggs: quando Netflix incontra il cinema d’autore

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L’anno che ci accingiamo a lasciare è stato senza dubbio l’anno delle produzioni targate Netflix. Questa piattaforma ha infatti prodotto numerose serie ma soprattutto film di autori non solo emergenti, ma anche molto conosciuti e con una lunga filmografia alle spalle anche in ambito hollywoodiano. Immaginatevi dunque la mia sorpresa alla notizia che Joel e Ethan Coen, già vincitori di ben quattro Academy Awards e in assoluto tra i miei registi preferiti, hanno deciso di lasciare la produzione e distribuzione della loro ultima fatica, The Ballad of Buster Scruggs, ad un servizio di streaming a pagamento. In pratica, un’assoluta rivoluzione per cui molti cinefili e colleghi (mi viene da pensare a Quentin Tarantino) griderebbero allo scandalo. Si sa, in effetti, che nei vari ambiti della cultura le novità difficilmente attecchiscono e, se ci riescono, spesso ci mettono anni anche per essere considerate di un livello accettabile: si veda tra tutti il caso del Festival di Cannes che ha scelto di adottare politiche molto rigide nei confronti delle produzioni Netflix, vietandone addirittura la partecipazione al concorso. Al contrario nel più autorevole festival del cinema nostrano, quello di Venezia, ben due film netflixiani hanno ricevuto il plauso della critica e premi importanti: il Leone d’oro è andato infatti a Roma di Alfonso Cuarón e il Premio Osella per la miglior sceneggiatura proprio ai Coen bros. Qualcosa di sicuro vorrà pur dire.

The Ballad of Buster Scruggs risulta infatti un’opera tutt’altro che scadente ma che anzi riesce brillantemente a sintetizzare lo stile inconfondibile degli autori, maturato in trentaquattro anni di carriera, aggiungendo anche alcune innovazioni di stile. E’ innanzitutto un film a episodi distinti, quasi come se i Coen avessero voluto creare un prodotto seriale in vista della loro collaborazione con Netflix, ma nello stesso tempo non è una serie televisiva perché i sei momenti di cui la pellicola è composta si snodano in un arco temporale di circa due ore e un quarto e sono collegati tra loro dal filo conduttore del racconto che di volta in volta viene “letto” sfogliando le pagine di un vecchio libro. Non si tratta di un’innovazione in sé e per sé perché il motivo del film a episodi è stato usato in varie pellicole di diverso genere e più o meno riuscite come, per esempio, Creepshow di George A. Romero del 1982 in cui i vari episodi altro non sono che le storie di un fumetto. Tale struttura, però, non trova altri riscontri nella filmografia dei fratelli Coen, che hanno sempre scelto una trama “lineare” e destinata alla fruizione nei cinema.

Le vicende che compongono il libro sono “storie di frontiera” così come si può leggere nel sottotitolo del volume quando viene aperto all’inizio del film (il titolo è infatti “The Ballad of Buster Scruggs And Other Tales of the American Frontier”) e tutte caratterizzate da una tavola colorata introduttiva (segnalata con la dicitura with color plates) che sintetizza, insieme ad una breve frase, un punto saliente dell’episodio.

La scelta dell’ambientazione tipicamente western è un elemento che sta tornando di moda per alcuni registi appassionati, vedasi ancora una volta Tarantino per Django Unchained e The Hateful Eight ma anche per gli stessi Coen con True Grit. È anche vero che per la società americana il selvaggio west rappresenta da sempre un mito di fondazione, con il pioniere che incarna sovente un esempio morale da seguire ed emulare. In questo caso specifico i due registi, pur eseguendo una rappresentazione accurata di questo ambiente con molti elementi storici e letterari (primo tra tutti Ambrose Bierce e il suo racconto An Occurence at Owl Creek Bridge del 1891, ripreso magistralmente nel secondo episodio con protagonista James Franco) mettono in atto, come loro solito, una beffarda demistificazione di tutti gli elementi cari all’ideologia patriottica statunitense. Oltre a ciò è doveroso sottolineare come in ogni singolo episodio risulti inconfondibile la mano dei due autori che riescono, tramite la suddivisione in piccole trame, a manifestare tutto il loro talento sia nel black humor, presente nel primo e secondo episodio e già utilizzato in pellicole come The Big Lebowski, O Brother, Where Art Thou? e Hail,Caesar! sia nell’intreccio drammatico a forte componente di denuncia (soprattutto nel terzo episodio che rimanda a Fargo, miglior sceneggiatura 1997 agli Academy Awards) e filosofico-metaforico, che si riscontra nell’ultimo episodio del film. Qui si nota chiaramente l’influsso del pluripremiato No Coutry For Old Men, lungometraggio che utilizza il genere thriller come veicolo di riflessioni sul senso della vita, della morte e del male.

In conclusione a questo discorso mi sorge spontanea una domanda: un “buon film”, in tutte le sue componenti, è tale solo se viene destinato alla fruizione in una sala cinematografica? Nel caso di The Ballad of Buster Scruggs la risposta è, per me, negativa perché si nota in maniera molto chiara come il progetto realizzato da Joel e Ethan sia assolutamente coerente con ciò che hanno sempre fatto nella loro peculiare e longeva cinematografia. Tutto ciò pone però un’altra questione destinata a far discutere anche in futuro:  il ruolo che la sala cinematografica svolge ai nostri tempi. Come possiamo vedere nel caso specifico che qui ho deciso di analizzare, essa tende ad essere svuotata della sua funzione, infatti pochissime sale statunitensi sono state scelte per la circolazione di tale film, che è invece stato diffuso su scala internazionale il 16 novembre 2018 (in Italia, addirittura, non è neanche arrivato al cinema!).  Siamo di fronte ad un avvenimento epocale, forse qualcosa di analogo all’avvento del digitale rispetto alla pellicola o al battage pubblicitario inaugurato da Jaws che, nel 1975, aveva portato all’uscita del film contemporaneamente in ogni sala degli Stati Uniti per la prima volta nella storia. Un avvenimento come quello inaugurato da queste nuove produzioni è sintomo di un cambiamento rivoluzionario a cui il cinema sta andando incontro ogni anno che passa e che porterà, certamente, a sensibili cambiamenti nel corso del tempo.

Arianna Dornetti 

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