La speranza nel lieto fine

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È passato da poco Natale e, finito di gozzovigliare come baccanti, per chi come me fa politica attiva e militante nel Partito Democratico è arrivato il momento di riprendere il filo ormai consunto che ci porterà alle prossime primarie. Il giornale online Democratica (tentativo abbastanza riuscito di rimpiazzo de L’Unità) qualche giorno fa ha pubblicato l’ennesimo appello di sindaci e amministratori di città a guida centro sinistra all’unità e alla coesione in vista dei prossimi impegni elettorali, interni e esterni. Da militante e segretario di un piccolo circolo mi sono rispecchiato in ogni punto di quel documento e vorrei condividere un paio di riflessioni sul momento storico che la grande famiglia democratica sta vivendo. Prima però voglio citare un paio di passaggi secondo me significativi:

“Siamo in un periodo storico estremamente complesso e abbiamo bisogno di affrontare i sovranisti e la destra italiana ed europea con grande forza ed unità. Di fronte a noi c’è un governo pericoloso, fatto di propaganda e zero fatti, che sta mettendo a rischio il futuro degli italiani. Contestualmente, a livello europeo, la prossima sfida sarà tra chi vorrà distruggere l’Europa e chi, invece, vorrà essere protagonista nella globalizzazione con un’Europa unita e più forte. Ci attendono grandi battaglie. Per questo il congresso del Partito democratico non può parlare esclusivamente al suo interno, risolvendosi in una diatriba tra parti contrapposte. E’ necessario mettere in campo una forte opposizione e un progetto di alternativa culturale, riformista e di popolo alla destra populista”

[…]

“Vogliamo che il Pd coniughi con efficacia progresso ed equità, creazione di valore e contrasto delle disuguaglianze, senza più perdere di vista la necessaria compresenza di questi termini”.

Questi due brevi passaggi di un ben più lungo documento rappresentano sinteticamente la distanza presente tra la base, i militanti, gli amministratori di questo grande partito e il vertice. Distanza presente nella forma e nella sostanza.

Partiamo dalla forma. Se leggete bene la prima citazione riuscirete facilmente a scorgere la volontà di amministratori e militanti di combattere uniti e contigui contro un nemico che è all’esterno e non all’interno del partito. Ci leggerete la necessità di sotterrare tutte le vecchie asce di guerra, giuste o sbagliate che siano, per far spazio ad un obiettivo ben più importante: contrastare un governo che sta, più di qualunque altro prima, calpestando tutti i processi democratici che i nostri padri hanno faticosamente conquistato (pensiamo ad esempio agli ultimi accadimenti relativi all’approvazione della legge di bilancio) e, in un’ottica di campagna elettorale permanente, soffiando sulle paure degli italiani. Ci leggerete la necessità di tornare per strada, a fare politica sui temi che stanno a cuore alle persone, di rassicurarle perché, se è stata una colpa sottovalutare le paure delle persone, badate bene che noi militanti abbiamo da sempre cercato di capire e mai di deridere. Di fronte a tutte queste necessità come reagisce il famoso vertice? Reagisce con le dichiarazioni di Boccia e Corallo sulle presunte firme mancanti di Giachetti per la presentazione della candidatura; reagisce litigando sulle regole del congresso e sulle date; sulla necessità di raccogliere firme su moduli prestampati cartacei o via mail; sulla possibilità che Tizio abbandoni il partito se Caio vince; che Tizio fondi un suo partito se Sempronio si candida alla segreteria.

C’è poi la sostanza. Quelle riportate sono poche righe che toccano un solo tema. Datevi il tempo di leggere l’intero documento. Si parla di merito, di immigrazione, di integrazione, di Europa, di cittadino. Si parla di tutti quei temi che chi come me fa parte della famosa base cerca faticosamente di raccontare. Perché da sempre ci ripetiamo quanto sia fondamentale essere comunque propositivi nonostante in minoranza. Si raccolgono e si raccontano buone pratiche, si ribatte punto per punto ai provvedimenti del governo, numeri alla mano, cercando di convincere l’uomo della strada che gli conviene continuare a lavorare piuttosto che andare in pensione con quota 100; parlando con il giovane che vuole lasciare l’Italia perché qui non vede prospettive. Anche qui, di contro, come agisce il famoso vertice? Con una campagna comunicativa basata totalmente sul denigrare l’avversario. Parliamoci chiaro Toninelli che cita il tunnel del Brennero o Di Maio che cilecca un congiuntivo su due sono esilaranti, ma non ci aiutano a risollevarci dalla sberla del quattro marzo. Aggiungo che parlare di colf in nero o aziende in dissesto economico fa breccia solo quando i protagonisti sono di Sinistra (storicamente è così) e quando le stesse critiche vengono mosse dal nostro versante ottengono l’effetto contrario, quasi a umanizzare maggiormente il malfattore e renderlo più simpatico a noi, italiani medi, che se paghiamo la badante in nero o non facciamo gli scontrini ci sentiamo furbi e non evasori.

E quale sarebbe quindi un possibile lieto fine? Non sono un veterano della vita di partito, anche se qualche congresso l’ho già vissuto, ed è per questo che quello che sto per dire suona come un’utopia. Potremmo definire lieto fine un congresso dove si parli di visioni del mondo nei prossimi 20 anni, dove i candidati si contrappongano fermamente, dove chiunque vinca venisse considerato segretario di tutti dal primo all’ultimo giorno di mandato, dove dal giorno successivo alle primarie si continui a discutere al nostro interno, ma si comunichi verso l’esterno in maniera unitaria. Mi fermo qui, lacrime e risate si mischiano dall’inizio del paragrafo. Più che un lieto fine, avremmo avuto bisogno di un miracolo di Natale. Purtroppo non vedo all’orizzonte folle festanti nella 34° strada, ma solo militanti scontenti, che affetti da tafazzismo, resistono e combattono.

Alberto Tirelli

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