Hitler: le 3 grandi cause della sconfitta

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29 Dicembre 1940, proprio oggi, 74 anni fa, Londra. Una delle più cruenti incursioni della Luftwaffe sui cieli britannici, decine di tonnellate di  bombe incendiarie sganciate sulla capitale, almeno 3.000 vittime tra i civili. Il bello e il brutto tempo, così come il destino di milioni di persone innocenti, nei raptus schizofrenici di un uomo, Adolf Hitler. E la realtà, in giorni così bui, non era affatto distante da quanto volesse proiettare il suo ego smisurato, visionario e folle almeno quanto i suoi deliri di onnipotenza.

Sei mesi prima cadde Parigi, altrettanti ancora, Varsavia, di li a poco l’intera Ucraina e la sconfitta dell’ex alleato sovietico sembrerà inevitabile. Il Regno Unito si apprestava con affanno a contrastare un’imminente invasione (che mai avverrà, ndr), e l’attore americano era ancora fuori dall’uscio, a sbirciare. Grazie a Dio qualcosa andò storto. Ma cosa? E perché?

Davvero difficile raccogliere universalmente tutti gli elementi che portarono dall’apice al tracollo il nazismo, in parte perché sono innumerevoli e per la maggiore opinabili, e di sicuro perché non possono essere riassunti in pochi elementi chiave. Allora perché scrivere un articolo dal titolo così smaccatamente contraddittorio, per non dire roboante? Non mi sto “fregando da solo” smontando un’idea iniziale, non sono interessato a lettori incuriositi da proclami arditi e non cerco scuse dopo aver introdotto qualcosa di tanto semplicistico e, per questo, presumibilmente stupido. Io ritengo che tre aspetti siano talmente assoluti e vasti che prima o poi tutto si riconduca a questi. Concedetemi il vezzo di essere un filo provocatorio e giudicate voi se questi fattori possano essere davvero le tre grandi cause della sconfitta di Hitler.

L’Italia fascista entrò in guerra il 10 Giugno del 1940, dopo 9 mesi in cui i tedeschi avevano accumulato una lunga serie di prestigiosi successi, con la speranza di concludere velocemente e di spartirsi quanto di più al tavolo dei vincitori. Del resto, Hitler aveva promesso questo e Mussolini se ne era ben presto convinto. 

A dire il vero, pare che entrambi si siano dimenticati di quanto l’Italia fosse impreparata per una guerra su vasta scala e pare che lo stesso Mussolini abbia abilmente somatizzato i giorni in cui supplicava Hitler di attendere, chiedendo almeno tre anni per essere pronto. Il primo non ha ascoltato, il secondo non ha indugiato per ingordigia e ha nascosto il proprio disappunto, entrambi non hanno saputo interpretare l’evolversi degli eventi e sono andati incontro ad una giusta rovina.

L’ambiguità dell’Italia, ad ogni modo, è stata la prima causa del fraintendimento con l’alleato nazista. Se da un lato Mussolini, per quanto possibile, ha cercato di temporeggiare, dall’altro ha sedotto i tedeschi con continue esibizioni muscolari. Parate, imprese aeree, dispiegamento di massa in mare e a terra, richiami continui ai fasti bellici dell’Impero Romano e atteggiamenti aggressivi verso chiunque minacciasse le mire espansive. In pratica, la sempreverde tradizione borbonica della moina militare, all’ennesima potenza e per i più tristi fini propagandistici. Fra Hitler e Mussolini non c’è mai stato un vero dialogo, sincero e cooperativo, e questo ha portato alla pressoché totale mancanza di coordinamento fra le due nazioni, visibile fin dagli albori dell’asse.

E il Giappone? Fu il peggio. Tutto iniziò con Pearl Harbor e Pearl Harbor è stata la più grande disfatta diplomatica fra i tre alleati. A fronte di una vittoria pirrica nella prima battaglia contro il nemico americano, i giapponesi costringeranno i tedeschi a vedersela con la prima potenza mondiale, stravolgendo strategie e assetti sul campo.

Leningrado e poi Murmansk, dalla Norvegia occupata e con l’aiuto dei finlandesi, Mosca e contemporaneamente il Caucaso. Stop. Queste avrebbero dovuto essere le direttive dell’Operazione Barbarossa, per altro consigliate più volte dai feldmarescialli vicini al dittatore. Invece Hitler aveva interesse per Stalingrado, per motivi simbolici fra l’altro, e non accettava pareri differenti. Saranno errori fatali e porteranno all’esaurimento delle risorse umane, economiche e militari del paese, conducendolo alla completa disfatta.

La Germania aveva disperato bisogno di occupare i campi petroliferi del Caucaso e di bloccare l’afflusso di aiuti alleati dal porto di Murmansk, a nord. Il cobelligerante finnico era lì, pochi chilometri ad ovest della città, ma sprecò tempo e uomini durante l’assedio di Leningrado, a fianco dei tedeschi. Di pari passo, i tedeschi non sfruttarono l’artico norvegese occupato, a ridosso dello scenario bellico, lasciando inalterato il continuo afflusso di mezzi e risorse, che aiuteranno l’Unione Sovietica a resistere. Senza Murmansk, Leningrado sarebbe caduta ed a sud, con un’armata unica per Mosca, ci sarebbero state buone probabilità di prendere la capitale. Inoltre, un distaccamento sarebbe potuto andare verso sud, in direzione del Caucaso, e sarebbero addirittura bastati i soli italiani con l’aiuto dei rumeni. Il Caucaso non era protetto.

Ma Hitler voleva Stalingrado ad ogni costo e in qualità di capo supremo è da considerarsi il vero responsabile della disfatta in terra sovietica e, più avanti, della disfatta totale.

T-34, carro armato medio dell’Unione Sovietica, 31 tonnellate circa, 500 cavalli di potenza per ben 55 km/h di velocità massima su strada, quasi 500 km di autonomia, pezzo unico in torretta da 76 mm, poi evoluto in pezzo da 85 mm, profilo sfuggente e piastre di corazzatura inclinate, ottima robustezza e soluzioni progettuali semplici, per massimizzare la produttività: l’anticristo socialista, salito dagli inferi, con il periscopio puntato su Berlino.

Il T-34 è la prova che i buoni progetti possono condizionare in modo sostanziale l’andamento di una guerra. Basti pensare che nel 1941, anno della sua entrata in servizio, non esistevano carri tedeschi in grado di perforarne la corazza, ed in senso assoluto, a livello concettuale era il carro più avanzato al mondo. Fu fra i primi ad utilizzare la combinazione vincente di cingoli larghi e sospensioni Christie, su invenzione americana scartata da tutti tranne che i sovietici. Fu il primo ad utilizzare pannelli inclinati e profili bassi, con l’idea di far scivolare i colpi anziché assorbirli frontalmente ed esponendo minor superficie al tiro nemico. E proprio questi due fattori fecero del T-34 un’arma formidabile: piastre basse e inclinate necessitano di spessori minori a pari protezione, salvando considerevolmente il peso, incrementando manovrabilità e autonomia, il tutto con l’incalcolabile beneficio di una maggiore sicurezza. All’epoca, solo un pezzo da 88 mm avrebbe potuto perforare una corazzatura così composta, ma nessun carro nemico ne aveva in dotazione. La risposta tedesca fu il Tiger I, scatolotto pesante, lento e dispendioso, ingiustamente ritenuto uno dei migliori carri armati della Seconda Guerra Mondiale. Un solo Tiger avrebbe potuto distruggere senza danni il rivale sovietico, forte di una corazzatura da 80-100 mm e del pezzo (non a caso) da 88 mm, ma la sua costruzione necessitava di risorse insostenibili per una Germania in guerra. Inoltre, continuava a trascinarsi troppe soluzioni ingegneristiche obsolete – ereditate dalla vecchia generazione di corazzati – benché fossero state maniacalmente affinate.

Seguendo la cronologia degli eventi, la Battaglia di Kursk ha rappresentato senza dubbio il giro di boa verso il collasso totale del nazismo. A Kursk, i tedeschi schierarono decine di Tiger, affidandosi alla speranza che solo uno sarebbe bastato per eliminare una decina di T-34, ma le proporzioni si rilevarono drammaticamente distanti. Per ogni Tiger, i russi schierarono più di quaranta T-34 e non sono rare testimonianze di mezzi tedeschi fisicamente caricati e neutralizzati da dozzine di carri russi.  

Il T-34 è stato il mezzo più prodotto di tutta la guerra, più di qualsiasi altro di ogni nazione che vi ha partecipato. Non era esente da difetti, in primis legati ai componenti frettolosamente realizzati, alla “comunista”, o a soluzioni troppo rozze anche per l’epoca, eppure concettualmente è stato il carro giusto al momento giusto. Il T-34 ha numericamente schiacciato sotto i suoi cingoli i sogni di gloria di Hitler.

Riccardo Crotti

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