The Revenant – Un lunedì all’IKEA

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Sta di fatto che ho appena trovato casa dopo un periodo lontano da qui, ed ho bisogno di diverse cose tra cui: cuscini per il letto, copri materasso nuovo (non tanto per proteggere il materasso, quanto per proteggere me dal materasso), prolunga. Dato che stamani ho già fatto buona parte del trasloco e non ho la minima voglia di girare più di un negozio per trovare ciò che mi serve, la risposta è una: IKEA.

Ovviamente anche qui a Londra l’IKEA si trova ad inculandia. Così ad inculandia che da lì si vedono persino delle colline con qualche casa che spunta dal verde che le ricopre. Va beh, andiamo. Anche se so che sarà estremamente faticoso arrivarci e ben consapevole di quel che accadrà: io che non vedrò l’ora di uscire, circondato da coppiette dallo sguardo scintillante che acquistano montagne di roba per la loro nuova casetta, bambini che giocano a rincorrersi, mariti che seguono rintronati le mogli che girano come trottole tra le corsie, commessi che evitano di incrociare lo sguardo per salvarsi dall’ennesima domanda del cazzo di quelli come me che hanno bisogno la mappa del tesoro per trovare qualsiasi cosa.

Bene. A rendere l’esperienza già interessante è la distanza tra la fermata della overground e il punto vendita. Mi ritrovo a camminare di fianco ad una tangenziale trafficatissima respirando smog e chiedendomi se davvero è quella la direzione giusta per circa 20 minuti, quando dall’altra parte del cavalcavia ecco la grande scritta gialla su sfondo blu. Ok, ci siamo. O meglio, ci saremo, non prima di aver passato un parchetto da spada nel braccio, due parcheggioni, un lava auto.

L’esperienza comincia già da fuori. È chiaro che ti stanno dicendo che se non hai i soldi per permetterti una macchina sei proprio un barbone e se vuoi arrivare te la devi sudare. Noto il deposito per carrelli, vuoto, tutti dentro.

Cerco di non farmi prendere dal panico e seguo il consiglio di un cartello che suggerisce di cominciare lo shopping dal secondo ed ultimo piano. Mi ci ritrovo e, inconsapevole di come funziona, comincio ad aggirarmi per stanze da letto e cucine cercando quello che mi serve. Penso, mah, per regalare un’esperienza più coinvolgente e per stimolare di più all’acquisto devi proprio entrare negli ambientini per trovare quello che ti serve, anche se la cosa mi sembra da scemi. Per uno che ha sempre odiato i centri commerciali, gli outlet, lo shopping in generale, e che si perdeva persino da Longoni, immaginatevi cosa voglia dire il secondo piano dell’IKEA. In fretta si perde la coscienza del fatto che è un punto vendita e sembra di essere in un gioco malato, come in quel film degli anni ‘90 The cube in cui i protagonisti rimanevano intrappolati in una specie di cubo di Rubik fatto a stanze e dal quale era impossibile uscire. Tutto si fonde, i colori, i divani, le cucine. Capisci che quando vedi una tazza a casa di qualcuno e pensi “ma che cosa carina e originale” ecco, viene da lì. Ci sono persino dei passaggi segreti, che caso mai avessi saltato un punto precedente nel percorso ti ci rimandano. Un incubo. Sembra poi che tutto il meccanismo sia studiato in modo che più vuoi uscirne più non riesci, come le sabbie mobili.

A questo punto mi prende l’ansia, penso come mi ero già immaginato “ma che cazzo ci sei venuto a fare” e comincio a chiedere agli schivi commessi come andarmene da lì. Sembra pure che si contraddicano. Uno sogghigna persino, quasi a dirmi “questo è solo l’inizio, figliuolo”. Quando vedo la luce del giorno, sento la necessità di prendere un caffè. Mi siedo al bar, ci sono diversi giovani col PC. A quanto pare l’IKEA è diventata anche luogo di ritrovo senza la necessità di fare shopping!

… certo. Come no. Ed è proprio quando per l’ennesima volta pensi di essere diverso dagli altri, “dallaggente”, che poi succede che riprendi coscienza nel parcheggio con alla spalla un borsone blu carico di cose a cui manco avevi pensato e di cui magari ignoravi l’esistenza. 

Andiamo con ordine. Il primo piano è dannatamente diverso dal secondo. Le merci sono organizzate secondo un ordine ben preciso. Per un uomo medio è rassicurante avere tutte le possibilità davanti una di fianco all’altra, facilita il confronto. In più si ha modo di notare tantissime altre cose. Che poi compri, perché chissà, non si sa mai. Ti autoconvinci pure che, se proprio devi comprare un cuscino, che sia dannatamente buono, eccheccacchio. Che per giunta le merci di qualità durano pure di più. Spendere tanto per spendere meno, tutti lo sanno! Perciò vaghi assaporando un misto tra l’ebbrezza dell’acquisto e la piena consapevolezza che quel mangime per polli sta attraendo anche il tuo becco verso la ciotola, tra ambienti disegnati a puntino, musiche rassicuranti, luci languide e nomi Svedesi di cose. Ed è un attimo che passi dal “che cazzo ci sono venuto a fare” al pensare che però quest’anno ci starebbe comprare qualche piccolo addobbo di Natale! Non l’hai mai fatto, e la domanda vera è: perché no? E ti ci diverti pure. Ed esci soddisfatto che manco ti rendi conto di quanto hai speso per quelle tre cagate che sono diventate quattordici.

E quindi sul treno rifletti, mentre abbracci in mezzo alla calca quel sacchetto blu e pieno di cose, e il senza tetto che gira con uno zaino e il sacco a pelo sulle spalle viene a chiederti se per caso hai qualche stramaledetta moneta. No amico, non ho monete. Finalmente non devo mentire. Ormai qui usano tutti la carta di credito.

Pietro Arcelloni

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