Centrale Zero

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Anni ’80. Torino. Il giovane brigadiere Paolo Malaterra, vivendo la quotidianità della caserma, racconta se stesso. Cosa significa essere un carabiniere? Qual è la responsabilità che può derivarne? Molte sono i dubbi che il lettore riesce a fugare leggendo Centrale Zero, romanzo di Paolo Pissavini edito da Angolazioni Editore. Una narrazione dinamica e trasparente, ricca di dettagli tanto brutali quanto emozionanti. Numerosi sono gli episodi vissuti da Malaterra e raccontati in prima persona: inseguimenti, lotte contro il tempo, scene di esoterismo. Affrontare il proprio turno senza le luci del giorno significa trovarsi di fronte al crimine vero, al sangue e alla violenza. Un romanzo che non lascia indifferenti e che permette di cogliere la portata di una vita al servizio dello Stato; un racconto di vite, di amore, di umanità luminosa.

Buongiorno Signor Pissavini, grazie per avere accettato questa intervista. La prima domanda è forse scontata, ma la curiosità è tanta: quanto Paolo Pissavini vi è nel Brigadiere Paolo Malaterra?

In sostanza, tutto: Paolo Malaterra è il mio alter ego. Paola Cominotti – la mia editrice – sostiene che quando si scrive un libro si racconti sempre qualcosa di sé; nel mio caso, tutto è avvenuto in modo semplice e naturale, perché “Centrale Zero” è il racconto autobiografico delle mie prime indagini.

“[…] Per l’ennesima volta pensai a come la gente comune non sappia nulla del quotidiano degli sbirri, di come si debba sempre rimanere vigili, aspettando chissà cosa o chissà chi, sconosciuti a chi vive una vita normale, inconsapevoli delle stranezze e degli orrori che avvengono nelle notti e nelle menti”.

Colpi di scena ed episodi di forte impatto vengono sempre raccontati con gli occhi di chi non usa solo razionalità, ma soprattutto cuore. Trapela una forte umanità dal suo romanzo. La vita in caserma è fusione di questi aspetti  – spesso considerati agli antipodi – o si tratta di mera trama letteraria?

A questo riguardo non ho inventato nulla. La vita in caserma presenta aspetti particolari, sconosciuti alla vita civile. E’ un ambiente rigidamente organizzato in modo verticistico, in cui l’obbedienza deve essere, sempre, “pronta, rispettosa e leale”, dove si sviluppano, inevitabilmente, fortissime tensioni. Queste tensioni si accumulano, diventando il peso che grava sul protagonista del mio libro e su i suoi colleghi – giovanissimi, poco più di ragazzi – chiamati ad affrontare compiti difficili, rischiosi, assumendosi nel modo più razionale possibile grandi responsabilità. Sono persone che vivono quotidianamente la difficoltà di coniugare il dovere col bisogno di mantenere la propria umanità, cercando d’avere qualcosa di loro, qualcuno d’amare.

Centrale Zero

Paolo Pissavini

Angolazioni Editore

2017

216 pagg.

Contatti: http://www.angolazioni.it/contattaci

Scrivere un libro accattivante e che coinvolga il lettore non è semplice. “Centrale Zero” ha il grande pregio di essere un romanzo diretto e non retorico; un romanzo che genera emozioni contrastanti, dal turbamento alla commozione. Con quali aggettivi descriverebbe “Centrale Zero”?

Direi realistico, a volte ironico e grottesco, spaventoso e commovente. Non mi prefiggevo qualcosa di specifico, scrivendo di quanto mi è capitato. Il risultato è un resoconto assai fedele di tempi tenebrosi ma vitali, anche perché vissuti negli anni più verdi della mia vita.

Avendo Lei vissuto realtà diverse come Torino, Milano e Cremona, sarebbe interessate comprendere il Suo punto di vista riguardante la questione “sicurezza del cittadino e della città”. Mi concentrerei su Torino e Milano: esiste un problema sicurezza nelle maggiori città italiane oppure si tratta della percezione di un problema, di una valutazione falsata derivante dall’attuale periodo politico turbolento?

Per esperienza, diffido delle statistiche, segnatamente, di quelle criminali, su cui incidono una pluralità di fattori che non sono considerati. Non vi è comunque dubbio che le città italiane siano oggi più sicure rispetto a un tempo, perlomeno con riguardo ai delitti più gravi, quelli che attentano all’integrità fisica delle persone. La gente ha sviluppato un maggiore interesse verso i fatti criminali. Tuttavia, raramente i media informano in modo obiettivo, privilegiando gli aspetti sensazionali, enfatizzando circostanze sfruttabili dalla parte politica di riferimento, fornendo resoconti deformati della realtà degli episodi delittuosi; talvolta, addirittura, la pressione mediatica incide direttamente sulle indagini e nella fase processuale della vicenda. Ritengo che nessuno possa concretamente dimostrare quanto sia ampia l’apertura della forbice tra la sicurezza effettivamente esistente e la percezione che ne hanno i cittadini.

Questa intervista sarà perlopiù letta da un pubblico giovane. Che consiglio darebbe a chi volesse intraprendere un percorso come il Suo, arruolandosi? 

Prima di tutto, quello d’informarsi su tutte le ampie possibilità esistenti. Oggi nell’Arma ci si può arruolare provenendo da altri corpi militari, ma anche dalle file dei civili, come carabiniere, sottufficiale o ufficiale, nei ranghi ordinari o in quelli tecnici scientifici. In ogni caso, quale che sia l’opzione ritenuta più confacente alle proprie competenze e aspettative, penso si debba riflettere molto su cosa si cerchi: la vita militare è un percorso che può dare molte soddisfazioni, ma è irto di difficoltà e rinunce. Senza alcuna retorica, credo che “fare il carabiniere” non sia un comune lavoro, bensì un “Servizio”, qualcosa d’importante, essendo un’attività svolta per il bene della collettività, al servizio di tutti, in particolare dei più deboli, di chi non si può difendere. Ci sarà sempre necessità di qualcuno che faccia rispettare la legge. Ci sarà sempre bisogno del carabiniere. Non vi è opera migliore e più gratificante.

Beatrice Broglio

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