Il pagellino di metà Festival

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Il sessantanovesimo Festival della canzone italiana è iniziato dall’alto di una inusuale scalinata/passerella-per-accedere-al-bagnasciuga con il dirottatore artistico Baglioni che canta Voglio Andar Via (di già? Iniziamo bene!). Con lui, sul palco, ci sono il suo fedele corpo di ballo e i due co-piloti Claudio-bis Bisio e Virginia Raffaele.

Dopo tre (lunghissime) serate e due giornate passate ad ascoltare on loop la playlist di Sanremo su Spotfy, mi sono fatto un’idea delle ventiquattro canzoni in gara.

Di seguito il pagellino di metà Festival, prima delle due serate conclusive:

RENGA: 6

Renga è sempre Renga (a tratti si trasforma in Roby Facchinetti, ma questo è un altro discorso). La sua canzone è bella, ma è un po’ troppo standard. Avrebbe potuto osare un bel po’ di più. Ha fatto il suo lavoro e chi s’è visto s’è visto. Aprire il festival dei problemi tecnici ha contribuito a rendere un po’ piatta la sua esibizione.

NINO D’ANGELO E LIVIO CORI: 5 

Liberato o non-Liberato, il rapper/attore campano duetta con il maestro della canzone napoletana: il risultato è un pezzo pop-teatrale che non si può sentire, LETTERALMENTE. I problemi tecnici ed il volume basso hanno contribuito a rendere incomprensibile questa canzone (ed è stato in questo momento che ho desiderato ardentemente i sottotitoli).

NEK: 6

Filippo Neviani sembra avere lo stesso superpotere di Jennifer Aniston: nonostante il tempo scorra inesorabile, lui rimane sempre giovane. Come il suo amico Renga, anche Nek presenta un brano piuttosto conforme al suo repertorio. Una canzone niente male, con una carica non da poco, ma non è riuscito a bissare la stessa grinta di Fatti Avanti Amore.

THE ZEN CIRCUS: 6.5

Quella del 2019 è l’edizione degli outsider, e la conferma arriva con i The Zen Circus. La loro canzone porta sul palco un vento di novità: è il primo brano sanremese che non include un ritornello. In rappresentanza della scena rock-indipendente italiana, la canzone molto impegnata del gruppo pisano mi ha convinto, non poco.

IL VOLO: 5.5

Il trio preferito di nonna Concetta ha presentato l’ennesima canzonetta scritta ad hoc per la kermesse sanremese. La canzone è piacevole, ma prima dell’inciso mi torna in mente L’Amore Si Muove. Ahimè il pezzo dei tre tenorini piace, e arriverà presto nelle radio italiane (e non solo).

BERTE’: 8

Loredana è il paradigma del rock al femminile. Il graffio della voce e la sua grinta, i look, quella borsetta a tracolla e la disinvoltura (pienamente giustificata) nello sfoggiare quelle gambe da far invidia a Kylie Minogue contribuiscono ad elevare la canzone (si sente l’impronta di Gaetano Curreri) e a regalare una performance degna del suo nome. Alla fine della seconda esibizione tutto il festival è in piedi. Anche io, da casa.

SILVESTRI: 9

Il cantautore romano negli anni si è dimostrato capace di spaziare diversi generi e di sperimentare diverse sonorità. Accompagnato dal rapper Rancore e dai Calibro35, mette in scena sul palco dell’Ariston una performance SENSAZIONALE. Tanto hype, testo da paura e arrangiamento curato nei minimi dettagli. Una canzone ansiogena che racconta il disagio di un adolescente iperattivo che affronta la modernità. Solo applausi. È una canzone molto difficile, e difficilmente salirà sul podio. Amen. 

FEDERICA CARTA E SHADE: 6

Venghino le radio, Venghino. Il freestyler e la cantautrice danno vita ad una canzone piuttosto banale sulla stregua della loro ultima collaborazione Irraggiungibile. Il ritornello è martellante, il pezzo è da ipermercato. Mio nonno dice che farà strada.

ULTIMO: 7.5

Il vincitore di Sanremo Giovani 2018 ricorda (fin troppo) Fabrizio Moro quando scorrazza su e giù per il palco cantando la classica canzone sanremese. Il suo stile è ormai inconfondibile. E piace. Niccolò (questo il suo vero nome) ha tutte le carte in regola per vincere.

TURCI: 6.5

Ormai sono abituato alla delicatezza e alla sensualità della Turci. Ha fatto e può fare di meglio, ma la canzone non mi dispiace. La prima esibizione è stata più incisiva della seconda. Nulla da aggiungere.

MOTTA: 8

Motta è bravo, e questo già lo sapevo. Questa canzone è un lucido racconto post-dantesco della situazione attuale della nostra nazione. L’esibizione è nel suo stile più puro e caratteristico. La sua misura e la sua grinta sono disarmanti.

BOOMDABASH: 6.5

La canzone del gruppo salentino è la più vera di tutto il festival: poche pretese, tante aspettative. Una bella esibizione e un mix di suoni inconfondibilmente boomdabashani sono gli ingredienti perfetti per un reggaeton che farà impazzire le radio e i ballerini di provincia.

PATTY PRAVO CON BRIGA: 6 politico

Da lodare la forza e la voglia di mettersi ancora in gioco, ma nel 2019 il Festival poteva fare a meno della venere di dread. Tanto rispetto per la semprediva, ma non tutti gli alberi sono sempreverdi. Aldilà dei problemi tecnici e del cantautore che era stato dato per disperso, la canzone in sé è ok. Durante la terza serata, quando Patty ha abbracciato Ornella Vanoni, temevo che lo schermo del mio televisore sarebbe esploso.

SIMONE CRISTICCHI: 7.5

Simone si conferma uno dei massimi esponenti del più grande problema della musica italiana del nuovo millennio: arrangiamenti favolosi che montano testi da quattro soldi e (questo il caso del cantapoeta romano) testi da libro di letteratura accompagnati da basi troppo semplici. Simone scrive, racconta, canta e si commuove: Abbi Cura Di Me è una «preghiera d’amore universale», una (noiosa ai più) ballad romantica che mette in primo piano l’Amore. Non riesco a fare previsioni.

ACHILLE LAURO: 8.5

Forse il rapper romano è la cosa più vicina al concetto di Rockstar in Italia. Achille Lauro spacca. Dopo il battesimo di Immortale, la conferma arriva con Rolls Royce, che sin dai primi virtuosismi di chitarra mi fa viaggiare nel tempo e mi porta al Festival del 1983, quando su quel palco c’era un ragazzo di nome Vasco. Sanremo aveva assolutamente bisogno di Lauro.

ARISA: 6.5

Dopo l’intervista a Rolling Stone, Rosalba Pippa torna a far parlare di sé. Sul palco dell’Ariston porta un pezzo molto orecchiabile ed estremamente radiofonico nei suoi rimandi ad un musical di Broadway. Non so a voi, ma a me il ritornello ricorda terribilmente Dio è Morto dei Nomadi. Se facesse meno la Arisa, avrebbe potuto creare meno clamore attorno ad alcune altre cose e la ragazzina con il caschetto e gli occhiali spessi oggi sarebbe arrivata molto più in alto: la sua è una delle migliori voci che l’Italia può vantare (qualche steccata a parte).

NEGRITA: 5

Della loro esibizione ricordo solo l’asta/peluche del chitarrista. I Negrita non mi hanno lasciato niente. Giocano a fare i giovincelli evergreen, ma il risultato è una canzone orecchiabile sentita e risentita, pace, amore e gioia infinita.

GHEMON: 7

Dimentichiamoci gli ultimi Sanrapper, con il rap d’autore di Ghemon si consacra definitivamente una nuova categoria di cantanti pronta a conquistare il festival. Mentre canta la sua canzone, Ghemon prende il rap e lo trasforma in un pop dalle tinte soul. Le sue esibizioni, un po’ psichedeliche, un po’ dark mi hanno convinto. (Fatemi conoscere il suo stilista).

EINAR: 3

Non ho parole per la brutta copia tardiva di Justin Bieber. Pezzo brutto, riffato, scontato e già sentito. Non c’è bisogno di altri bellocci che cantano l’amore con parole nuove (?).

EX-OTAGO: 6.5

I nuovi padroni di casa portano al festival una canzone in puro stile Otago. Il brano di Carucci & co. mi piace. Bello l’abbraccio alle due ragazze sedute in più-o-meno-prima fila. (Comunque io tutta ‘sta somiglianza con Jovanotti non la trovo).

ANNA TATANGELO: 5.5 (per l’impegno)

Ho perso ogni speranza: Le Nostre Anime Di Notte è l’ennesima canzone-telefonata.  Un pezzo più scontato del papillon di Baglioni. Unica nota positiva: la Tatangelo sembra aver perso l’influenza canora di Gigi, e questo brano mi ricorda la ragazza di periferia.Contenta lei, contenti tutti.

IRAMA: 6.5

Sarà stato il pregiudizio post-tormentone-estivo, ma da Irama non mi aspettavo più di tanto. La storia raccontata dalla sua canzone invece, mi ha quasi portato a rivalutare il vincitore di Sanremo Giovani 2015. La Ragazza Con Il Cuore Di Latta è una ballad moderna e piacevole all’ascolto. Il coro gospel dà quel tocco in più alla canzone, che mantiene comunque un’impostazione tipica sanremese.

ENRICO NIGIOTTI: 4

Enrico Nigiotti è una delle più grandi delusioni degli ultimi tempi: dopo la rinascita ad X-Factor, il cantautore livornese (e quando canta si sente pure tanto l’accento toscano) sembra aver cancellato dal suo cuore ogni traccia di modestia e semplicità.

Nonno Hollywood è noiosa e troppo furba. Non va.

MAHMOOD: 7.5

È lui la giovane promessa di quest’edizione: il suo pezzo è una bomba, il ritornello ti entra in testa e lo dimentichi fra dieci anni. Complice la sua presenza scenica, o magari l’ugola con autotune incorporato, la sua è una delle migliori esibizioni della prima serata (nonostante la tarda tarda tarda ora). Mahmood è pronto a sferrare il colpo di grazia al Festival dell’armonia: l’Eurovision Song Contest aspetta solo lui!

Jacopo Polizzi

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