Politica, diritti, +Europa: intervista a Marco Cappato

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Abbiamo incontrato presso gli studi di Radio Lombardia Marco Cappato, ex presidente dei Radicali Italiani e leader dell’Associazione Luca Coscioni. Bocconiano rimasto folgorato dall’incontro con Marco Pannella, inizia la propria carriera politica proprio con i Radicali con i quali condivise e si fece promotore di tante lotte politiche riguardo i diritti civili tra i quali il biotestamento. Protagonista della vicenda di Dj Fabo per la quale ebbe un processo, sul quale poi si espresse sospendendone il giudizio la Corte Costituzionale, recentemente è passato alla cronaca politica per il tanto discusso congresso di +Europa dove è stato sopraffatto dall’avversario di partito Benedetto Della Vedova.

(fonte Associazione Luca Coscioni)

Come valuta l’operato del governo? Cosa dovrebbe fare? Quanto si può rimanere “ostaggi” del batti e ribatti dei due vicepresidenti?

“Il governo avrebbe bisogno di mettere al centro, qualsiasi governo in realtà ma questo in particolare, il tema del diritto, della legge. Prima di parlare bisognerebbe collegare quello che si dice a come si vogliono cambiare le norme o farle rispettare in modo diverso, altrimenti la politica è consegnata ad un’orgia di dichiarazioni e questo è un circolo vizioso: più la spari grossa senza che questo abbia poi effettivamente delle conseguenze, più si alza il livello dell’ascolto per cui le persone a quel punto non reagiscono più ed allora devi spararla ancora più grossa per ottenere un dibattito, ed ormai è diventata una cosa per cui c’è quasi gusto. Un tempo c’era la dittatura del politicamente corretto che era effettivamente un problema, il fatto che tutta la politica fosse paludata, felpata, che non si capiva mai cosa la gente voleva dire veramente, adesso c’è quasi la questione opposta, bisogna sparare contro tutto perché se no so che non avrò nemmeno l’attenzione delle persone. Questo è molto pericoloso, perché scollega la politica dalla società, perché la politica diventa sempre di più uno spettacolo, un gioco di dichiarazioni e diventa sempre più difficile capire quale sarà il collegamento tra quelle dichiarazioni e la vita delle persone.”

Quindi lei la descrive come una rincorsa proprio a solleticare l’animo dell’italiano?

“Intanto è un fenomeno globale. La politica ha perso importanza nella società, non per colpa dei politici. A volte si pensa che la colpa sia del fatto che ci sono dei mediocri e che quelli di una volta erano bravi, ma non era così. Il problema è che oggi le leve del potere e delle decisioni che incidono di più sulle persone non risiedono più nella politica, sono nelle grandi multinazionali di internet, nei grandi poteri globali che meno si vedono e che meno rispondono, nella rivoluzione tecnologica, in posti che non dipendono più dalla politica. Anzi addirittura la possono determinare da un certo punto di vista, quindi la politica ha meno potere, è più impotente e quindi soggettivamente i politici cercano di compensare questa loro impotenza in termini verbali, ma ciò accade anche ai migliori come Obama, che è stato un grande dichiaratore. Dopo la sua presidenza è arrivato Trump. Come è stato possibile? Se dopo Obama è arrivato Trump un pochino è anche stata colpa di Obama, significa che dai discorsi di Obama dal mio punto di vista fenomenali, anche in termini profetici della convivenza, della pace e della democrazia, poi è arrivato Trump. Ciò vuol dire che forse anche in Obama c’è stato un divario troppo grande tra la dichiarazione e la realtà. Dopo Renzi, e successivamente Gentiloni, è arrivato il governo Lega-5 Stelle, quindi anche Renzi è caduto nello stesso “divario”, eppure ha detto anche delle cose giuste sulla necessità di riformare il mondo del lavoro. Però, forse, meno dichiarazioni e più riforme avrebbero salvato Renzi, lo avrebbero reso un fenomeno duraturo e non una meteora della politica. Oggi questo fenomeno è arrivato al parossismo, la politica è solo quello per cui per l’appunto stiamo a discutere se Mahmood doveva vincere o non vincere Sanremo. Che cosa c’entra la politica? Niente, ma diventa il fatto politico del giorno. Poi però magari passano le leggi in Parlamento e non sappiamo neanche che cosa stanno votando.”

In riferimento alla politica, la sua vicenda personale riguardante lo “scandalo dei pullman” nel congresso per eleggere il nuovo Segretario di +Europa lascia intendere comunque che c’è ancora un potere politico vecchio, che non si è evoluto. Ricordando le dichiarazioni di Bruno Tabacci (sostenitore dell’altro candidato segretario Della Vedova, ndr) “è così che si fa politica”. La politica è distante dalla società, l’elettorato si sente distante da una politica che ricorda molto il modo di fare politica antecedente il 1992 e quindi come si può sperare di avvicinare le persone con metodi vecchi da Prima Repubblica?

“C’è un problema di fondo di innovazione della politica, il MoVimento 5 Stelle ha anche intercettato questa esigenza. Dopo di che la questione è stata gestita in modo aziendale e soprattutto come una questione di marketing, di promozione. La prima cosa che va rinnovata è la politica istituzionale ed il partito in funzione della politica istituzionale, a me se tu scegli su internet i candidati del tuo partito mi interessa fino ad un certo punto quando ancora non abbiamo innovato ad esempio il fatto che quando presenti un referendum devi ancora firmare su carta. L’innovazione non può essere soltanto un fatto interno ad uso dei tuoi iscritti, è un problema istituzionale mettere la rivoluzione tecnologica al servizio dell’innovazione democratica.”

Collegamento a ciò è sicuramente la questione dei giovani, ci sono molti giovani che si sentono lontani dalla politica per via delle logiche molto vecchie. Perché anche il M5S è nato come grande novità però è rimasto incastrato in una logica da Prima Repubblica.

“Il MoVimento 5 Stelle ha una sola funzione, eleggere persone nelle istituzioni. Quello che non funziona più è questo, la politica non è solo eleggere persone nelle istituzioni ma è anche fare delle lotte fuori che possono essere giudiziarie, non violente, iniziative popolari referendarie… Ci sono tanti modi di fare politica che non è il semplice essere eletti da qualche parte. Sempre di più una politica fatta con il solo scopo di essere eletti da qualche parte non è più credibile, perché la gente sa che non è solo così che cambi le cose.”

In riferimento alle lotte al di fuori dei palazzi viene in mente la lotta radicale, con particolare riferimento ad esempio al tema dell’eutanasia. Da recenti sondaggi si evince che 2 italiani su 3 siano favorevoli. Ma siamo veramente convinti che il popolo italiano sia pronto culturalmente?

“Io penso di sì, perché è una questione del vissuto delle persone. Non si sta parlando di qualcosa che la gente non conosce o di cui si ha paura, non c’è una famiglia italiana dove non ci sia stata l’esperienza di comprendere che cosa vuol dire confrontarsi con la fase terminale di una malattia. Nella giungla di definizioni il cittadino si perde, ma non sul concetto di base. Pannella ricordava sempre la frase “speriamo non abbia sofferto… è morto ma speriamo non abbia sofferto” oppure “dottore facciamo almeno che non soffra”, è nel vissuto e quasi nella saggezza popolare l’istinto di dire che quando morte deve essere, quando deve arrivare, almeno che sia una morte senza il supplemento di tortura della sofferenza. Questo lo capiscono tutti e sono d’accordo tutti. Poi certamente ciò non significa avere dimestichezza col dettaglio delle regole che si possono fare e non fare su questo tema.”

Questo è certo, ma a livello culturale si intende anche il confronto col tessuto molto forte come quello cattolico in Italia. Per quanto sia uno Stato laico c’è una base di persone molto cattolica.

“I sondaggi dicono che pure nei cattolici c’è una maggioranza d’accordo su questo tema.”

Però bisogna confrontarsi anche con una base estremamente cattolica all’interno delle istituzioni…

“Certo, ma lì c’è la pretesa che la morale individuale coincida con la legge dello Stato, lì la visione è inconciliabile perché tu non puoi fare il testamento biologico, puoi non fare l’eutanasia. Se non lo vuoi far fare a me allora lì diventa lo scontro inconciliabile.”

(Marco Cappato con Pannella ed Emma Bonino – fonte Formiche.net)

Invece passando ad un tema più leggero, sulla legalizzazione della cannabis, tema rilanciato dall’Associazione Luca Coscioni (di cui Cappato da anni ne è leader, ndr), l’Italia è pronta culturalmente?

“Il problema qui è parlare della legalizzazione di tutte le droghe, della cocaina, dell’eroina, cioè di togliere questo mercato immenso dalle mani della mafia e di garantire la libertà delle persone ma anche l’informazione, la prevenzione, cioè di come proprio il fallimento sia totale sia da un punto di vista ideale che da un punto di vista pratico. La cannabis rischia di arrivare alla legalizzazione più per una vittoria commerciale che per una vittoria politica perché ormai la pressione degli affari anche sulla cannabis light sta un po’ rompendo gli argini della legalizzazione, il che per un liberale come me va benissimo che sia anche considerato un business. Dopo di che non si deve esagerare, non è che noi dobbiamo convincere le persone a fumare con la pubblicità come sul gioco d’azzardo. Un conto è dire “legalizziamo il gioco d’azzardo”, un conto è riempire la testa delle persone di pubblicità per farli giocare di più perché ci guadagna lo Stato in tasse, per cui abbiamo decine di migliaia di persone che come degli zombie vanno a giocarsi la pensione alle macchinette al bar. La legalizzazione deve essere controllo, il rischio è che il risultato del proibizionismo è proprio che l’alternativa ad esso è una sorta di liberalizzazione generica. Per questo va posto il problema di tutte le droghe, cioè di come legalizzare per controllare e per governare veramente fenomeni che sono pericolosi perché come l’alcool è pericoloso, il tabacco è pericoloso, anche l’eroina ad esempio è pericolosa. C’è bisogno quindi di regole.”

Ma prima delle regole non sarebbe più importante pensare ad un piano di prevenzione?

“Questo va insieme, perché se hai un prodotto proibito la prevenzione non la puoi fare. Il mercato è della mafia e quindi è impossibile far prevenzione. Vuoi spiegare alle persone che si fanno di eroina quali sono le conseguenze? Come si fa? Dove sono queste persone? Sono per strada, sono nelle piazze… Come fai ad incontrarli? E se li incontri hanno paura di te, hanno paura dello Stato, perché sei lo Stato che li vuole mettere in prigione. Quindi la prevenzione la si può fare sui pacchetti di sigarette perché è legale, ma non la si riesce a fare sulla cannabis che è illegale.”

Cambiando argomento, tra poco ci saranno le elezioni europee. Con quale lista si presenterà?

“Io sto spingendo affinché ci sia una lista europeista ecologista, penso che andrebbe fatta quindi un’alleanza su questo tra +Europa, i Verdi, Italia in Comune di Pizzarotti e Volt, movimenti quindi europeisti ed ecologisti, perché le due cose vanno insieme. Non si può essere ecologisti restando in una dimensione di Stato nazionale ed essendo europeisti dobbiamo spiegare che cosa questa Europa serve. Per esempio, la questione della lotta al riscaldamento globale è evidente che può essere affrontata solo in una dimensione continentale, quindi queste due battaglie vanno insieme e sono battaglie urgenti per la qualità della vita delle persone ed ecco perché i partiti dovrebbero fare un passo indietro rispetto all’affermazione della propria identità politica e fare un accordo più ampio.”

È certo che la nuova dirigenza di +Europa sia su questa linea?

“No.”

Perché?

“Bisogna chiederlo a loro.”

Si è bloccato il dialogo dopo il congresso?

“In +Europa dopo il dibattito congressuale è emersa l’idea che +Europa basti e che quindi si presenti una lista singola e che basti quella. Io non sono d’accordo ma non è una follia, è un ragionamento che dice che noi dobbiamo rivolgerci a questo segmento di elettorato europeista e quindi non dobbiamo annacquare il messaggio con messaggi diversi che potrebbero esser considerati contraddittori tipo la questione ecologica o altro. Sono due diverse impostazioni politiche, non sono inconciliabili. Penso che un compromesso ed una soluzione si possa trovare.”

Provocatoriamente le chiedo, pensando alle passate elezioni politiche, non pensa che nel caso della raccolta firme per presentare +Europa alle elezioni sia stato un errore prendere il simbolo della lista di Bruno Tabacci? Ricordo che i Radicali avevano un sito online, anticlericale.net, e trovare il simbolo derivante da un passato democristiano nella lista nata dai Radicali può risultare strano per un elettore.

“Non penso sia stato un errore. Bruno Tabacci non ha posto problemi clericali, non ha mai provato a spostare l’agenda e la proposta politica in una direzione di clericalismo. Il problema è piuttosto sul metodo, la rivendicazione di un metodo di una certa raccolta di consenso. Questo mi sembra un fatto negativo.”

Però per un elettore radicale capisce che possa risultare strano ritrovarsi Tabacci nella lista.

“Si però il partito si chiama +Europa, è un modo per dire che oggi la priorità è quella di creare democrazia in Europa in alternativa ai nazionalismi. Questo può essere interessante per un cattolico e per un non cattolico, ma anche per un conservatore e per un non conservatore. Tutto ciò è coerente con la missione prefissata dal partito. Quel che invece trovo pericoloso è pensare che un partito che cerca di portare dei contenuti così innovativi in termini di governo federale democratico continentale poi dopo debba confrontarsi con dei metodi di fare politica e di ricerca del consenso così clientelari. Questo mi sembra molto pericoloso.”

Matteo Abbà

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