Racconto di un abuso

Facebookgoogle_plusinstagrammail

Penso che ci sia bisogno di spiegare cosa significhi subire un abuso, una violenza, uno stupro. Penso che ci sia bisogno di cercare, per quanto indescrivibile, di elencare dettagli, sensazioni, odori, rumori che si provano in quel momento. Chiunque abbia vissuto un’esperienza di questo tipo sa quanto questo faccia male al cuore, ma comunque voglio fare questo sforzo perché penso che possa essere utile a molti.

Avevo 16 anni, poco più di una bimba direte voi. Sì, ero solo una ragazzina. Era una sera d’estate ed è successo in un attimo. Non sono stata stuprata, ma sono stata abusata; hanno cercato di spogliarmi, mi hanno messo le mani nelle mutande, mi hanno incitata a spogliarmi e hanno invaso il mio spazio in qualsiasi modo. Lo so cosa state pensando: “Te la sei cercata!” “Chissà in che zone sei andata!” “Chissà in quale modo ti sei comportata!” “Sarai stata ubriaca!” “Sicuramente i tuoi genitori ti facevano fare ciò che volevi!”. Ecco. Io avevo il coprifuoco alle 23:30 in quel periodo, non uscivo mai con gente sconosciuta, non avevo bevuto e no, non ero in un brutto quartiere o in una città che non conoscevo.

Ero a casa di quella che all’epoca consideravo un’amica, per una grigliata con amici coi quali sono cresciuta. Il mio coprifuoco anche quella sera era alle 23:30. Nulla di diverso dal solito. Una sera d’estate, una grigliata di pomeriggio/sera a casa di un’amica e un bagno in piscina. Nulla di straordinario. Nulla che non fosse già capitato.

Eppure, quella sera andò diversamente. Ho rimosso la data. So solo che era estate. Probabilmente giugno. Oppure luglio. So solo che nella mia vita in quel momento sono cambiate tante cose.

Le sento ancora le mani bagnate che mi slacciano il costume. La sento ancora la carne viscida e dura di quel ragazzo premere contro di me. Sento la parete della piscina di quell’angolo dove ero costretta, fredda e liscia sulla mia schiena calda. Sento la mano di un altro ragazzo appoggiarsi sulla mia pancia e scivolare all’interno delle mutande del costume. Sento il calore del fiato del terzo che intanto che cerca di sfilarmi il costume, ride e mi dice di muovermi e non fare moine. Sento le voci delle ragazze (sì, c’erano anche delle donne) e del quarto ragazzo che mi incitano a spogliarmi e a lasciarmi andare.

Ora, come allora, nel raccontarvi tutto ciò, sento la sensazione di essere in trappola, di non avere alcuna via di fuga. Sento le risate, l’umiliazione, la mancanza di possibilità di agire.

Trattengo le lacrime e divento più fredda che mai, nonostante la quasi incapacità di muovermi. Mi dico che non è il momento di crollare. E non crollo. Cerco semplicemente un modo per liberarmi dalle loro mani, dalle loro gambe, dai loro membri. Cerco il modo per tenermi addosso quel costume che non volevo mettere, perché ho sempre avuto vergogna a mostrarmi in pubblico con un bikini. Lotto. Non mollo. Reagisco. Mi riallaccio il costume un numero di volte indefinito. E ripeto il gesto. Lo ripeto e lo ripeto. Non smetto di lottare. Sento il sapore del cloro in bocca: nella foga di difendermi ho bevuto dell’acqua della piscina.

Sento le loro voci, le voci con le quali sono cresciuta, e non bado a quello che dicono mi preoccupo solo di urlare il mio disappunto con un ripetuto e semplice “Basta! Lasciatemi stare!”. Non serve a nulla. L’alcool che hanno bevuto (loro forse un po’ avevano esagerato) non permette loro di capire cosa stanno facendo. No, non li sto giustificando. Quell’alcool è stato quello che li ha distratti, li ha fatti ridere troppo, è stato quello che a quel punto mi ha salvata, mi ha dato una via di fuga. Si sono girati e hanno riso. E io ho tirato fuori, lì, in quel momento, le forze per attraversare quella piscina il più velocemente possibile e, intanto, assicurarmi che il costume fosse ancora sul mio corpo e di stringerlo per non perderlo. Quella piscina non era più di 8/10 metri di lunghezza, ma a me è parso il tragitto più lungo della mia vita.

Una volta uscita, ho avuto il mio primo attacco di panico, il primo di una lunga serie. Erano circa le 22. Sono corsa dagli altri invitati. Ci ho messo 10 minuti di singhiozzi a dire a qualcuno che cosa mi stava succedendo. Ho pianto per tutto il resto della serata. Poi poco prima, che arrivasse mia sorella, mi sono ricomposta. E mi sono chiusa nel silenzio.

Mi sono data la colpa dell’accaduto per anni. Non ho denunciato quei ragazzi perché nella mia testa da adolescente insicura era stata colpa mia. Era colpa mia perché, come loro si erano spogliati, se mi fossi spogliata anch’io non avrei avuto problemi, perché in fondo stavano scherzando, perché avevano bevuto una birra di troppo, perché non mi avrebbero mai fatto del male. Beh, sicuramente non mi hanno fatto del bene. Per anni ho avuto difficoltà a rapportarmi con i ragazzi e ancora oggi, a distanza di 9 anni, faccio fatica.

Da quell’episodio sono venuti molti altri problemi.

Non racconto questa storia per cercare la compassione di qualcuno o la stima di qualcun altro che mi guardi come la donna coraggiosa che non sono. Proprio per questo non inserirò il mio vero nome. Vi racconto tutto ciò per dirvi che violenza non è solo lo stupro, non è solo un calcio o uno schiaffo. Vi racconto questo perché voglio che voi non abbiate paura a denunciare, a dire cosa vi hanno fatto. Vi racconto questo per far capire a voi che pensate “Ma non le ho fatto niente!”, che lei dentro ha una ferita che non potranno guarire nemmeno 50 principi azzurri (sì, esistono!), ma che dovrà trovare lei la forza di guardarsi allo specchio e dirsi che vale, che non è colpa sua, che lei ha il diritto di mettersi un bikini a prescindere da quello che pensano gli altri, che nessuno ha il diritto di toccarla se lei non vuole. Vi racconto questo per dire alle donne che a volte noi feriamo molto di più con la nostra lingua altre sorelle di quanto le umilino gli uomini (o bestie in questo caso).

Lo scrivo oggi perché è il 25 novembre anche se siamo a febbraio, perché vorrei che questa storia venisse letta ogni giorno dell’anno da una ragazza insicura e da una bestia troppo sicura di sé.

È il 25 novembre ogni giorno dell’anno, anche una sera d’estate con gli amici di sempre. Anche se forse ogni tanto ce lo dimentichiamo.

Prya

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *