Kingdom Hearts 3, la fine di un’era

Facebookgoogle_plusinstagrammail
Un ritaglio della splendida copertina del gioco

Il 29 Gennaio 2019 è stata una data storica per molti appassionati di videogiochi: è infatti la data di uscita in Occidente di Kingdom Hearts 3, l’ultimo capitolo della popolare saga crossover Square Enix/Disney che conclude la Dark Seeker Saga, o saga di Xehanort, la quale di fatto incapsula tutti i titoli usciti fino ad oggi, a partire dal primo, storico episodio uscito nel 2002. Senza dubbio si è trattato di uno dei giochi più attesi degli ultimi anni e questo ha portato a delle aspettative enormi da parte dei fan; è facile dunque comprendere come mai Kingdom Hearts 3 abbia suscitato reazioni contrastanti negli appassionati, pur ottenendo una buona accoglienza critica non dissimile da quella dei predecessori numerati (Metacritic, l’aggrega-voti di riferimento, riporta al momento della scrittura un punteggio di 84 centesimi sulla base di 77 recensioni professionali).

Dal punto di vista grafico non c’è discussione che tenga: il gioco è un piccolo capolavoro in Unreal Engine 4 e le potenzialità offerte dal popolare motore grafico sono state sfruttate a fondo dagli esperti sviluppatori di Square, i quali hanno collaborato in modo più stretto che in passato con lo staff Disney-Pixar per creare dei mondi Disney enormi e ben caratterizzati, nonché per offrire una serie di animazioni di altissima qualità. Che si tratti di ricreare intere scene prese dai film o di rendere ogni combattimento uno spettacolo di luci, colori ed effetti particellari, la vera forza della presentazione del titolo sta nello stile e nella cura al dettaglio, in grado di amalgamare in un insieme organico mondi presi da film piuttosto diversi tra loro (live action, in computer grafica e in animazione tradizionale) continuando al contempo a stupire calando il trio di protagonisti Sora, Paperino e Pippo nei vari contesti: per preservare l’ordine tra i mondi, i Nostri devono magicamente adattarsi al luogo, diventando giocattoli a fianco dei protagonisti di Toy Story, mostri a Mostropolis e pirati nel Mar dei Caraibi, ogni volta con dei design che lasciano davvero incantati.

Sora, Paperino e Pippo in compagnia di Jack Sparrow. Stilisticamente, il gioco è eccezionale

Per quel che concerne il sistema di gioco, i più hardcore tra i fan della serie nutrivano alcuni dubbi: se Kingdom Hearts 2 (nella sua versione definitiva denominata Final Mix, sviluppato dal cosiddetto Team Tokyo) era un capolavoro action RPG con un sistema di combattimento profondo, ricco ed assurdamente divertente, che brillava alle difficoltà più elevate, i seguenti giochi, Birth by Sleep e Dream Drop Distance (sviluppati invece dal Team Osaka che tra l’altro è quello che ha curato lo sviluppo di KH3) avevano sperimentato con altri sistemi per arrivare ad un risultato moderatamente divertente e spettacolare, ma molto più automatizzato, superficiale e fortemente sbilanciato. Fortunatamente, i ragazzi di Square hanno imparato molto dal feedback ricevuto in risposta alle vecchie versioni giocabili e dalle opinioni dei più celebri Youtuber dedicati alla saga (alcuni dei quali considerabili delle vere autorità in materia, che hanno analizzato e padroneggiato le meccaniche di gioco ad alti livelli) ed il risultato è una sorta di compilation dei migliori elementi dai vari sistemi di combattimento della saga. La base è quella storica dei capitoli numerati: un veloce e intuitivo combattimento corpo a corpo con il Keyblade, l’iconica arma a forma di chiave di Sora, con combo che si effettuano alla semplice pressione di un tasto. Ciò è arricchito dai Situation Commands, un misto tra i Reaction Commands di KH2 (azioni contestuali effettuabili premendo il tasto triangolo) e gli Stili di Birth by Sleep (che modificavano le mosse del protagonista dopo aver soddisfatto determinati requisiti): attaccando in vari modi o colpendo nemici marchiati da un emblema, si caricherà una sorta di barra che, riempita, consentirà di usare un Situation Command dagli effetti più diversi. Si passa dalle Attrazioni, che consentono di utilizzare in combattimento delle giostre prese direttamente dal carnet di Disneyland, diverse a seconda della situazione e spettacolari, al Formchange, o trasformazione Keyblade: ognuna delle armi che Sora otterrà nel corso del gioco avrà una o due trasformazioni che cambiano completamente lo stile di combattimento e dispongono di una finisher unica per concludere la trasformazione danneggiando tutti i nemici circostanti. Questa è un’ottima novità che rende ogni Keyblade unico e utilizzabile dall’inizio alla fine, anche perché tutti possono essere potenziati e dunque la scelta del giocatore sarà legata perlopiù a quanto egli sia propenso all’utilizzo di determinate trasformazioni. Infine, sarà possibile usare anche la Grand Magic, ossia il livello superiore di un determinato potere elementale; questo, unito ai miglioramenti del sistema delle magie introdotte con 0.2: Final Chapter Prologue, rende l’utilizzo delle arti mistiche soddisfacente come non mai. È insomma evidente la ricchezza delle opzioni di questo sistema vario ed appagante, che pecca solo in un bilanciamento discutibile e nella potenza anche eccessiva di molte possibilità (specialmente le Attrazioni che sono troppo facili da usare e troppo potenti e comode, oltre a non essere giustificate in alcun modo dal punto di vista narrativo), che rende il titolo davvero facile per i giocatori esperti, anche al livello di difficoltà più alto fra i tre disponibili.

L’altro lato ludico di Kingdom Hearts 3 è costituito dall’esplorazione e dai minigiochi. I mondi Disney di questo nuovo capitolo sono i più grandi e dettagliati mai visti ed il modo in cui sono costruiti si sposa perfettamente con le rinnovate capacità motorie di Sora che ora può correre su alcune superfici verticali e superare certi ostacoli in modo acrobatico. La verticalità è dunque decisamente più pronunciata e viene sfruttata per costruire scorci che lasciano senza fiato. Se alcuni mondi sono ancora sostanzialmente lineari (i regni di Corona e Arendelle), i più riusciti lasciano invece un grosso scenario con molteplici sotto-locazioni da esplorare a piacimento (Toy Box, i Caraibi) ed in generale il livello qualitativo è decisamente alto. Anche i mondi meno curati presentano una notevole attenzione al dettaglio ed una buona quantità di ricompense e collezionabili ben nascosti. Per contro, troviamo alcune locazioni chiaramente (ed inspiegabilmente) azzoppate nei contenuti, minuscoli e molto avare di attività interessanti (il tradizionale mondo di Winnie the Pooh, una bellissima ma minuscola Twilight Town ed il mondo conclusivo Scala ad Caelum) È un peccato poi che manchi quasi totalmente un post-game, lasciando il giocatore con ben poco da fare oltre ai titoli di coda. Per un action RPG, è un difetto molto grande, soprattutto se pensiamo a quanto era robusto KH2 Final Mix da questo punto di vista. I minigiochi sono un altro classico della serie e qui appaiono più vari e divertenti che il passato, anche se quelli del Classic Kingdom, ispirati ai vecchi Game and Watch, sono esteticamente peculiari ma incredibilmente noiosi pad alla mano. Rivisto anche il sistema delle Gummiship, i vascelli con cui i nostri si spostano tra i mondi, che al posto dei livelli in stile shoot’em up di KH2 prevede un’esplorazione più libera di alcune galassie, ognuna costellata da un enorme numero di tesori da collezionare, costellazioni da individuare e battaglie da affrontare. Questa parte del gioco è stata curata da sviluppatori del vecchio Einhander (eccellente sparatutto spaziale per Playstation mai uscito in Europa) e, anche se non farà cambiare idea a coloro che non sopportavano queste fasi in Kingdom Hearts 2, offre talmente tanto potenziale divertimento che potrebbe facilmente, se ampliato, essere un titolo a sé.

Una trasformazione Keyblade in corso. La quantità di opzioni di combattimento è la più alta della serie

Il vero ginepraio quando si parla di un gioco di questa serie è la storia, che ha la fama di essere incomprensibile. Non è esattamente così, ma ci sono comunque alcuni grossi problemi oggettivi. Innanzitutto, la decisione scellerata di portare avanti la trama attraverso innumerevoli capitoli portatili, che spesso contenevano solo una piccola quanto cruciale parte di nuove informazioni, non ha fatto altro che confondere gli appassionati, tant’è che Square Enix ha recentemente fatto ammenda rilasciando le recenti raccolte per Playstation 4, comprendenti tutti i capitoli della serie. Inoltre, da Dream Drop Distance in avanti la direzione generale della trama ha subito alcune cadute di stile paurose, calcando la mano su espedienti ridicoli (come il viaggio nel tempo) ed inutili complicanze. Evidente, dunque, come la trama di Kingdom Hearts 3 non partisse dalle migliori premesse e tristemente la sceneggiatura di questo titolo ha molto potenziale inespresso, anche se fornisce effettivamente una conclusione degna di nota alla grande saga di Xehanort. C’è un enorme problema di ritmo, con una quantità gigantesca di plot points che vengono risolti solo nelle ultime ore di gioco, quando il tutto si poteva certamente diluire tra un mondo Disney e l’altro per snellire l’andamento di uno script che viene, tra l’altro, ulteriormente appesantito da elementi irrisolti con nessun altro scopo se non preparare il terreno per un futuro episodio. In questo modo viene ingiustamente rubato spazio ad un gran finale che (e non credo di peccare di arroganza dicendolo) è molto, molto più interessante per ogni fan di vecchia data che non abbia ancora gettato la spugna nel tentativo di seguire l’intreccio e che dunque avrebbe meritato più tempo e cura. La salvezza (per alcuni giocatori almeno) di questo lato del gioco è da ricercarsi in tre fattori principali: il primo è il fanservice, poiché la forza derivante dal rimettere in scena (per l’ultima volta?) personaggi molto amati provenienti da ogni punto di una serie così longeva non può essere sottovalutata. Il secondo è la costruzione di scene decisamente emozionanti che riescono a lasciare a bocca aperta il giocatore, che si tratti di regalare un grande, epico momento ad un personaggio, della resa a schermi di un conflitto su larga scala o di vecchi amici che finalmente si riuniscono dopo eterne peripezie.

Il terzo fattore è la musica. La compositrice storica della serie, Yoko Shimomura (col robusto contributo di Takeharu Ishimoto e Tsuyoshi Sekito), si è in questa occasione davvero superata, non tanto nella quantità di nuovi brani (che abbondano nei mondi Disney, ma non nella parte finale dell’avventura) bensì nell’incredibile arrangiamento delle tracce già esistenti. Essendo quest’ultimo capitolo un’adunata per tutti i personaggi della saga, i compositori hanno giocato con i temi legati ad ognuno di essi, dando vita a medley che lasciano senza fiato, trasfigurando brani emozionanti trasformandoli in battle theme, disseminando ovunque vecchi leitmotiv e caricandone altri di nuovi significati. La composizione è così pregevole da incantare chi ha l’orecchio attento e talmente efficace da dare vita e spessore emotivo ai personaggi e ai conflitti che li riguardano molto più della carente sceneggiatura stessa. Il valore di questo lavoro non è minimamente scalfito dai pochi difetti, come sporadici loop mal programmati o l’occasionale qualità sottotono di certi sample orchestrali.

Il trailer di lancio del gioco

È emozione la parola chiave di Kingdom Hearts 3: ripensandoci a mente fredda, non è facile nascondere il rimpianto per ciò che la storia poteva essere, ma giocando, vivendo quelle scene, la sintesi dei vari elementi è riuscita a catturarmi il cuore, per restare in tema, con la stessa magia che provai da bambino giocando al primo capitolo. Kingdom Hearts 3 è un gioco chiaramente fatto con cura, attenzione per i dettagli e sì, una buona dose di cuore. A volte piega il ginocchio sotto al peso di difetti a lungo pregressi o dovuti ad una scrittura carente o a scelte manageriali più che discutibili. Square Enix non è più la software house forgia sogni di un tempo da diversi anni e forse sarà necessario attendere una versione Final Mix, con nuovi contenuti di gioco (che ragionevolmente poteva arrivare fin da subito invece che in differita dietro pagamento dei giocatori, come probabilmente è in programma) perché il titolo sia davvero eccellente. Eppure per qualche motivo, Kingdom Hearts 3 riesce lo stesso ad essere un gioco speciale ed un’esperienza epocale come poche altre. Al di là di ogni sacrosanta rimostranza, io mi sento a questo punto di dire una sola cosa: grazie.

Federico Arata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *