Il genere storico al cinema: un viaggio dal XVI secolo al 753 a.C.

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Negli ultimi anni, sui nostri schermi, spopolano le produzioni cinematografiche storiche. Che siano film o serie televisive, l’obbiettivo è sempre quello di catapultarci nel passato, per vivere le storie di un uomo qualunque vissuto nell’Ottocento, di un cavaliere alla crociata, di una donna rivoluzionaria e, spesso, di un grande personaggio che ha fatto la Storia.

Fuori dai grandi nomi da Oscar, ci sono stati due film che hanno fatto parlare molto di sé o, almeno, io ne ho parlato fino allo sfinimento nelle due settimane successive alla loro visione: si tratta di Maria Regina di Scozia e Il primo re. Nonostante sia consapevole del fatto che le due pellicole si concentrino su temi e periodi molto diversi e distanti tra di loro, per me hanno rappresentato un ottimo esempio di come deve e non deve essere un film storico, considerando che la perfezione del genere è, per me, sempre Barry Lyndon di Stanley Kubrick.

Maria Regina di Scozia vanta nel proprio cast Saoirse Ronan e Margot Robbie, rispettivamente nel ruolo di Maria Stuart e Elisabetta I, oltre a una regia tutta al femminile con Josie Rourke. Sono capitata al cinema in un pomeriggio in cui non avevo granché da fare, non avevo visto il trailer ma la presenza di due attrici già candidate ai premi Oscar mi attraeva e speravo di poter vedere un bel film biografico con ottimi costumi (la pellicola ha ricevuto dall’Academy due nomination per i migliori costumi, miglior trucco e acconciatura).

L’unica aspettativa che si è effettivamente realizzata è stata quella di vedere bei costumi, per il resto si è rivelato una delusione totale. Il film non tratta la biografia di due grandi protagoniste del XVI secolo, la maltratta. L’obbiettivo della regista è evidentemente quello di magnificare ed esaltare le figure di Maria ed Elisabetta in quanto donne, costruendo attorno alle loro vicende un rapporto che si allontana dalla veridicità storica. Le due sovrane intrattennero per certo un rapporto epistolare ma non si incontrarono mai, né tantomeno si considerarono l’una alla pari dell’altra; il film, invece, mostra l’insofferenza di Maria ed Elisabetta per un mondo comandato da uomini, nonostante lo scontro per il trono si dimostrano, tutto sommato, solidali l’una con l’altra proprio per questo motivo. Ogni figura maschile viene dipinta in tutta la sua negatività, eccezion fatta per Davide Rizzio, segretario della regina e musico di corte. Nella realtà storica, Rizzio fu un intimo confidente della regina, al punto che molti sospettarono (forse a ragione) che fosse il suo amante, per questo motivo fu ucciso da un gruppo di nobili e da Darnley, Lord marito di Maria.

John Opie, The Murder of Rizzio (1787)
Rizzio fu ucciso da Darnley e dagli altri nobili davanti agli occhi della regina Maria.

La pellicola, invece, lo descrive come confidente omosessuale della regina, sorpreso dalla stessa sovrana a letto con il marito. Durante la visione mi aspettavo, a questo punto, che la cattolicissima Maria lo cacciasse dalla sua corte, a causa della sua omosessualità. Ovviamente no, Rizzio viene perdonato in toto e, anzi, la comprensiva e modernissima sovrana lo abbraccia rassicurandolo del fatto che in quel palazzo avrebbe sempre trovato un luogo sicuro. Per l’interpretazione di Thomas Randolph, poi, ambasciatore di Elisabetta I alla corte di Maria, viene scelto un attore nero, Adrian Lester, e non è il solo presente alla corte delle regine.

Sia chiaro: nulla contro le produzioni che si battono per portare sullo schermo, in ruoli importanti, attori neri; nulla contro le storie che mettono in primo piano le difficoltà vissute quotidianamente da uomini e donne omosessuali; nulla contro i film che descrivono grandi donne inserite, loro malgrado, in una società comandata da uomini. Apprezzo ciascuna di queste narrazioni ma non se rielabora e snatura la Storia, il vissuto di persone realmente esistite. Lo può e lo deve fare nel contesto che gli è più congeniale.

Quando vado al cinema scelgo di vedere un film, non un documentario, per questo apprezzo i risvolti drammatici, i piccoli cambiamenti nella storia di persone realmente esistite, la presenza di personaggi estranei al reale, a patto che non modifichino in maniera troppo forte la vita di chi appartiene alla Storia. Non voglio, quindi, storcere il naso di fronte a queste piccolezze, lo faccio quando il cambiamento è tale da portare sullo schermo episodi e azioni totalmente anacronistici: una sovrana cattolicissima come Maria non avrebbe mai accettato l’omosessualità della persona a lei più vicina con tanta leggerezza; siamo nel Cinquecento: è impensabile trovare un nero alla corte delle sovrane d’Inghilterra e degli scozzesi. Lo scopo del film è chiaramente quello di contrapporre le due regine con un’attenzione particolare al loro essere donne, due sovrane potentissime nella tradizione storica e sicuramente eccezionali nel panorama monarchico del XVI secolo e non solo. A mio parere, però, lo scopo si sarebbe potuto raggiungere in maniera forse meno immediata ma sicuramente più rispettosa di due grandi donne e protagoniste del nostro passato.

Cosa intendo per rispetto della storia? Esattamente ciò che, invece, ho visto ne Il primo re, diretto da Matteo Rovere. Il film, ambientato nel 753 a.C., porta sul grande schermo le vicende di Romolo e Remo, il loro rapporto prima della fondazione di Roma e i diversi popoli che hanno incontrato e affrontato. Mi rendo conto della enorme distanza tra le due pellicole, non solo di tempo ma anche di attendibilità del fatto storico: le vicende dei due fratelli rimangono pur sempre leggendarie e, dunque, Matteo Rovere ha la fortuna di doversi basare sulle fonti letterarie che tramandano la storia con un certo margine di libertà.

Alessandro Borghi interpreta Remo. Questo potrebbe già essere un ottimo motivo per vedere il film.

La materia, però, è trattata a mio parere con grande rispetto: non c’è il desiderio di voler attualizzare a tutti i costi una vicenda che appartiene a migliaia di anni fa, Rovere ha, di fatto, metaforizzato alcuni elementi presenti nelle fonti che ci tramandano la storia dei due fratelli, mostrando però due uomini che vivono nel loro tempo in maniera più che verosimile. La verosimiglianza non si trova solo nelle vicende in sé, nei costumi o nell’atmosfera ma anche nella lingua: grazie a una collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma, il regista ha ricreato una particolare forma di protolatino, una lingua ricostruita sulla base delle varianti locali dell’indoeuropeo, antenato dello stesso latino.

Chiaramente anche questo film presenta delle incongruenze, un’attenzione forse troppo forte alla violenza e a un tipo di lotta cinematografica “alla Vikings”, dei fatti e degli elementi che si allontanano da una ricostruzione accurata ma, come dicevo, queste pellicole non sono documentari e non mi sembra nemmeno corretto fare in questa sede una recensione per smontare tutte i piccoli errori archeologici (questo lo lasciamo fare al direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia).

Un buon film storico, per me, è quello che non piega la Storia alle necessità dei tempi moderni, quello che cerca di mostrare in maniera il più possibile fedele la realtà dei fatti, quello che non censura le violenze nei confronti delle donne o il tabù dell’omosessualità. Riflettere e ragionare sulle conquiste dell’oggi, sulle eccezionalità del passato e sulla diversità delle credenze di migliaia di anni fa è possibile, senza per forza adattare il tutto al piattume dei nostri tempi: è necessario, forse, uno sforzo ulteriore, sforzo che, però, rende ancora straordinaria un’osservazione critica della storia.

Daniela Marchesetti

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