Non potremo dire che non lo sapevamo

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(Fonte: Wired)

“Una strage silenziosa in un luogo sperduto”, questo è il commento di Corrado Formigli, conduttore di Piazza Pulita, al servizio sulle tremende condizioni dei migranti nei centri di detenzione, o meglio nei lager, libici (Dentro la Libia, 7/3/2018). Al di là del servizio in sé, di cui ne consiglio vivamente la visione, bisogna obbligatoriamente fare una riflessione sulle politiche italiane ed europee in termini di immigrazione.

Le idee salviniane in campagna elettorale, quali in realtà meri slogan ben studiati dal suo staff come ad esempio “Aiutiamoli a casa loro” o “Porti chiusi”, hanno affascinato la maggioranza degli italiani in quanto sembravano l’antidoto ad ogni male. Invece le cose non sono migliorate, tutt’altro. Gli accordi con il governo libico, uno dei tanti autodichiarati governi, non ha portato ad altro che un blocco maggiore degli sbarchi sulle coste italiane. Ma a che costo? Sappiamo benissimo tutti che chi sbarca, per la maggior parte quanto meno, non è un ragazzone di colore con iPhone con un’innata propensione a delinquere. Parliamo di persone disperate che son disposte a mettere a rischio la propria vita, e quella dei propri cari, per scappare da torture o addirittura da morte certa nei campi di raccolta, spesso illegali, in Libia. Al di là della disperazione, sappiamo benissimo che chi sbarca sono persone come noi, di qualsiasi fascia d’età e di entrambi i sessi. Sappiamo anche che il loro viaggio non è facile, anzi. Il mare è una culla per le loro vite, ma può essere anche tomba.

È molto facile pulirsi le mani con il classico “è un problema loro”, ma il problema è soprattutto di noi europei che abbiamo i mezzi per poter riparare al danno che noi negli anni passati abbiamo arrecato alle popolazioni di quelle terre. Perché non va dimenticato che il seme della questione migranti è il grappolo di bombe che quotidianamente sono state sganciate sulle loro teste per portare la presunta pace e democrazia in quei paesi. E quando uomini e donne si mettono in gioco per poter riparare ai danni commessi dai politicanti di tutta Europa, il nostro governo chiude le porte a persone che non prendono sicuramente il gommone per farsi un giro come alcuni politici vogliono far credere ma per cercare una nuova vita, per poter ripartire e scappare da una condizione disumana. Non ci si limita ovviamente a “chiudere i porti”, si lasciano anche in balia del mare per giorni e giorni le varie imbarcazioni di ONG e non solo per capricci occidentali di un’invasione che se fosse vera sarebbe solo nelle nostre teste per via della quantità immane di parole vomitevoli dette da certi esponenti dell’ex opposizione, ora al governo.

Al di fuori dei burocrati nazisti nessuno sapeva di quel che accadeva nei campi di concentramento, chi è tornato è riuscito a raccontare ciò che l’Europa non sapeva. Mi accorgo che sicuramente il paragone è molto forte, per numeri e finalità dell’azione nazista; concettualmente la condizione attuale dei migranti non è minimamente paragonabile all’Olocausto. L’attenzione va spostata sul “sapere cosa accade”, esserne consci e non capire che quel che attualmente sta succedendo non è minimamente accettabile in uno Stato di diritto, non è moralmente tollerabile ed è sconfortante che, nonostante ci siano migliaia di report e servizi giornalistici che mettono i fatti contro gli slogan, non si riesca a far altro che girare le spalle e far finta che quel che succede non stia accadendo.

Se non interveniamo come popolo (parola che piace tanto agli attuali governanti), se non si prende una posizione decisa non come elettori o militanti, ma come persone, come esseri umani quali siamo, abitanti e coinquilini di una massa sferica di terra e acqua, saremo chiamati a rispondere del fatto di come, sapendo cosa stesse succedendo, non si sia fatto nulla per fermare la sofferenza di altre persone che sono a poche leghe dalle nostre coste. E quando i nostri nipoti ci chiederanno come mai siamo rimasti fermi ed immobili cosa risponderemo? Speriamo di non esser costretti a rispondere “Prima gli italiani”.

Matteo Abbà

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