Il seme del male

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La domenica, si sa, è il giorno dedicato all’ozio ed io, da amante delle tradizioni, non posso certamente esimermi da un così gravoso compito. Capita spesso, dunque, che nel tardo pomeriggio mi piazzi davanti al pc con la mia tisana calda alla ricerca di un bel film. Chi mi conosce sa perfettamente quale sia il mio genere preferito e che difficilmente rinuncerei ad un bel film dell’orrore sotto le coperte. 

Una delle cose cui sto maggiormente attenta mentre scorro le varie trame è senza ombra di dubbio la presenza, tra i protagonisti, di bambini, perché diciamoci la verità: esiste forse qualcosa di più inquietante e terribile del solo pensiero che il male non sia una scelta ma sia un qualcosa di innato in noi? Esiste forse un pensiero più atroce di quello che alcuni di noi, semplicemente, sono nati da un seme sbagliato?  Ecco perché in questa nuovo appuntamento con Le fiabe nere della buonanotte ho deciso di ripercorrere con voi la storia di alcuni tra i più famosi bambini mortali.

“Il Piccolo Orecchiuto”

Cayetano Santos nasce a Buenos Aires il 31 ottobre 1896, da Fiore Gordino e Lucia Ruffo, immigrati calabresi. Pochi anni dopo terrorizzerà  l’Argentina sotto il nome di “il Piccolo Orecchiuto”.

cayetano santos

Trascorsa l’infanzia in strada, compiuti i cinque anni cominciò a frequentare diverse scuole dove mostrò sempre una totale mancanza d’interesse per gli studi ed un comportamento molto ribelle. (Attenzione alle mamme, non allarmatevi se anche vostro figlio non fa i salti di gioia al mattino per andar a scuola, tale comportamento non è indice di pericolosità… forse). In seguito, abbandonata la scuola, passò le sue giornate a vagabondare, sommerso nelle sue morbose fantasie, tra le quali, secondo quanto successivamente riportato dalle autorità, un malsano interesse relativo alla sfera sessuale.

Ma cosa fa del piccolo Cayetano uno dei più famosi baby killer che la storia conosca? Era il 28 settembre 1904 quando, a soli sette anni, Cayetano portò con l’inganno Miguel de Paoli, di quasi due anni, in una casa abbandonata, dove lo picchiò fino ad ucciderlo, per poi gettarlo sopra un mucchio di arbusti spinosi.

A soli sette anni questo bambino diede inizio ad un’efferata sequela criminale.

L’anno seguente, Ana Neri, di appena 18 mesi venne portata da Cayetano in un luogo isolato e venne colpita più volte alla testa con una pietra. Di questo crimine, quel che saltò subito all’occhio degli inquirenti, fu la spietata ferocia, la furia cieca con cui il piccolo si accanì sulla sua vittima inerme. Nel 1906, adescò una bimba di circa due anni e la portò in un terreno abbandonato dove cercò di strangolarla; ci ripensò e decise di seppellirla viva in una fossa. Denunciata la scomparsa, non fu mai ritrovata. Si seppe della sua sorte soltanto dopo la confessione di Cayetano. Il 9 settembre del 1908 portò Severino Gonzalez Calò, di due anni, in un magazzino situato di fronte alla Scuola del Sacro Cuore, dove immerse il piccolo in un abbeveratoio per cavalli e lo coprì con una tavola per farlo annegare.

Ancora una volta, colpisce la fredda determinazione dell’intento mortale. Cayetano uccide perché vuole uccidere e non si ferma finché non ha portato a termine il suo compito.

Il 15 settembre, in via Colombres 632, con una sigaretta accesa bruciò le palpebre a Julio Botte, di 22 mesi; in quell’occasione fu scoperto dalla madre della vittima, ma riuscì a fuggire. Il 17 gennaio 1912, entrò in via di Corrientes e diede sfogo alla sua nuova passione: incendiare. Il 26 gennaio 1912 Arturo Laurora, di 13 anni, fu ritrovato in una casa  all’inizio di via Pavón con il corpo mezzo nudo: era stato selvaggiamente picchiato e al collo presentava ancora la corda con la quale era stato strangolato. Fu la confessione di Cayetano ad accertarlo come l’artefice di questo crimine.

L’ultimo crimine di Orejudo fu nei confronti Gerardo Giordano di soli tre anni

Cayetano adescò con delle caramelle il piccolo Gerardo e le dosò, consegnandone solo una piccola parte e promettendo il resto solo se lo avesse seguito in un luogo remoto chiamato Moreno Quinto. Una volta giunti all’ingresso di una fornace di mattoni, il bambino iniziò a piangere e si rifiutò di entrare, ma Cayetano non perse tempo: l’afferrò violentemente per le braccia e lo trascinò all’interno, lo colpì con forza al volto, e quando fu a terra mise il ginocchio destro sul petto del povero Gerardo. Il killer, ormai, conosceva alla perfezione il meccanismo: con difficoltà, ma allo stesso tempo con calma, si tolse la cintura e incominciò ad arrotolarla al collo del piccolo, quindi procedette a strangolarlo dopo ben 13 giri di cinta. Ma Gerardo cercò di alzarsi, così Cayetano decise di legargli mani e piedi tagliando la cinghia con un fiammifero acceso. Anche in questo caso continuò a soffocarlo con quel capestro improvvisato, ma il piccolino seguitò a rifiutarsi di morire. Allora, un’idea perversa attraversò improvvisamente la mente dell’assassino: perché non forargli la testa con un chiodo? Così il Petiso Orejudo uscì alla ricerca dell’attrezzo.

Per la strada incontrò anche il padre di Gerardo che gli chiese di suo figlio: distaccato, Cayetano gli rispose di non averlo mai visto e gli suggerì, addirittura, di andare al commissariato per chiedere aiuto. Nel frattempo Orejudo trovò un vecchio chiodo da 7 cm. Ritornato dalla sua vittima, con in mano una pietra come sorta di martello affondò nella tempia del piccolo il chiodo arrugginito.

Quella notte, durante la veglia al cadavere di Gerardo, Cayetano fece atto di presenza; confesserà in seguito alle autorità di aver voluto vedere il cadavere per verificare se nella testa fosse rimasto ancora il chiodo conficcato.

Dopo il suo arresto, confessò quattro omicidi e numerosi tentati omicidi. Fu dichiarato inizialmente insano di mente e rinchiuso nell’Ospizio della Misericordia nel 1923; in seguito fu trasferito al penitenziario penale di Ushuaia, al carcere denominato “Fin del Mundo”. Morì nel 1944 e, quando venne rimosso il cimitero circostante al carcere, le ossa di Cayetano erano sparite. 

Sebbene non sia una donna propensa a definire come innato il male, in questo caso, francamente,  non saprei come altro definire il comportamento di un bambino tanto feroce, sadico e determinato.  Se davvero esistesse un “sangue di mostro” che lento scorre nelle vene di alcuni di noi, credo che nelle vene del piccolo Cayetano se ne sarebbe trovato.

Miranda Barbour

Ci spostiamo nel tempo di quasi un secolo. Teatro del nostro racconto dell’orrore, questa volta, è la città di New York. La metropoli è sotto shock quando viene arrestata per un omicidio una 19enne che confessa di aver compiuto circa 100 assassini: “Ho ucciso decine di persone. Meno di 100, ma ci ero vicina. Arrivata a 22 non li ho più contati”, ha dichiarato la baby-serial killer Miranda Barbour alla Polizia della Pennsylvania.

Forse non lo avrebbe fatto, se le autorità non l’avessero identificata come autrice di un altro efferato omicidio, quello di un utente del sito di compravendita ed annunci di ogni genere Craiglist.org (quando si dice aprire il vaso di Pandora…). La giovane aveva offerto all’uomo, che cercava compagnia online, favori sessuali in cambio di denaro e lui, soddisfatto della proposta, l’avrebbe pagata 100 dollari per del sesso: “Gli ho raccontato una bugia, dicendogli che avevo 16 anni, e lui ha detto che era ok. La risposta sbagliata”. Secondo una sua ammissione, gli intenti di Miranda erano a scopo benevolo in quanto uccideva solo persone “cattive”. Una sorta di giustiziere della notte senza mascherina e mantello. Qualche giallista potrebbe anche vedere in lei un’ottima fonte di ispirazione per un’eroina controversa e moderna.

In realtà, la ragazza non era la sola ad uccidere: si faceva aiutare dal marito 22enne, che, proprio con l’ultimo assassinio, aveva così festeggiato con la consorte il loro anniversario di matrimonio.

Si tratta di ragazzi con gravi disturbi mentali, su questo non ci sono dubbi. Miranda ha raccontato agli inquirenti, già sconvolti per la confessione del centinaio di vittime, di aver cominciato ad uccidere le persone “cattive” dall’età di 12 anni, quando abbracciò il culto satanico, dopo essere fuggita dalla casa familiare. Aveva cominciato dall’Alaska, dove aveva vissuto con i genitori: gli investigatori hanno tra le mani il filo conduttore che collega tutte le quasi 100 vittime di Miranda, per ricostruire il quale sono state mobilitate le divisioni FBI e la Polizia di altri Stati degli Usa.

“Non ho mai ucciso a caso, ma ho sempre ucciso persone cattive”

ha ribadito la 19enne a sua discolpa

“Quando scoprivo che erano cattive, per me non c’era più ragione che stessero ancora qui tra noi”.

Il grado della cattiveria della persona era valutato, in realtà, con un metro molto personale: bastava dunque un gesto antipatico per far scattare la sua furia omicida.

Brenda Spencer

Dopo il sadico bambino e l’ assassina di delinquenti, possiamo concludere il nostro viaggio degli orrori con la bellissima Brenda Spencer, che a soli sedici anni fu l’artefice di una sparatoria ricordata come il primo massacro scolastico statunitense dell’età moderna.

La ragazza venne condannata all’ergastolo dopo aver ferito otto bambini della Cleveland Elementary School e averne ucciso preside e custode.

Qui per la prima volta ritroviamo i classici elementi che nei film ricollegano ad una personalità disturbata. La giovane Brenda era vittima infatti di un’infanzia infelice, con un padre alcolizzato e il soprannome di Brenda la strana impartito dai compagni di scuola. La commissione psichiatrica che la esaminò non dovette sorprendersi nello scoprire che la ragazza era profondamente depressa e con tendenze suicide.

Wallace Spencer, il padre, era un uomo instabile e raramente sobrio: non fu in grado di prendersi cura della bambina più di quanto non fece con se stesso. Nonostante sua figlia avesse dimostrato un malsano interesse per le armi da fuoco e un carattere problematico, per Natale l’uomo le fece trovare un fucile Ruger calibro 22 sotto all’albero al posto della radio che aveva chiesto. Sulla scelta di un uomo adulto di armare una ragazzina, ci sarebbe molto da discutere…

“Mi sembrò che volesse che mi suicidassi”

avrebbe dichiarato alle autorità, in merito al regalo del padre.

Il 29 gennaio 1979 la ragazza decise di mettere a frutto il regalo paterno e si appostò con il fucile davanti a una delle finestre di casa sua. Dall’altra parte della strada, Burton Wragg e Michael Suchar (Preside e custode della scuola) aprivano insieme i cancelli della Cleveland Elementary School per accogliere gli alunni, quando Brenda iniziò a sparare.

“ Era come sparare alle papere nello stagno”.

Il preside e il custode morirono nella sparatoria tentando di proteggere i bambini dai colpi, otto alunni vennero feriti insieme ad un ufficiale di polizia e, dopo l’uccisione dei due adulti, la ragazza si barricò in casa per sette ore prima di arrivare ad una negoziazione. “I don’t like Mondays” – che tradotto significa “Non mi piacciono i lunedì” – è la celebre dichiarazione rilasciata dalla Spencer che ispirò l’omonima canzone di Bob Geldof e diversi documentari.

A causa dell’atrocità del suo crimine, la sedicenne venne processata come un’adulta e condannata per duplice omicidio e lesioni con arma da fuoco ad una pena doppia per un minimo di 25 anni. Durante la prima udienza del 1993, Brenda Spencer dichiarò di essere stata, durante l’accaduto, sotto l’influsso di alcol e droghe e quindi di essere stata incapace. Fra le dichiarazioni più scioccanti troviamo dei complotti a suo danno, orditi (secondo lei) dal suo avvocato e dalla polizia, e l’ammissione di violenze subite da suo padre, anch’esse incerte. Nell’udienza del 2001 la donna confermò di essere stata vittima di violenza e venne reso pubblico il suo uso di antidepressivi.

La Spencer è attualmente detenuta presso il carcere femminile di Chino, in California, dove aspetta quest’anno – nel 2019 – di poter nuovamente fare istanza e richiedere la libertà condizionale (già rifiutata quattro volte). Ad oggi si ritiene ispiratrice delle numerose sparatorie avvenute nelle scuole e Università americane.

Soraya Galfano

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