Plus ultra! Le qualità di My Hero Academia

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La locandina italiana dell'imminente film Two Heroes.

Questo weekend (23 e 24 Marzo) sarà proiettato nei cinema di tutta Italia My Hero Academia: Two Heroes, primo film d’animazione della famosissima serie omonima scritta e disegnata da Kōhei Horikoshi. Il film ha ricevuto già un’ottima accoglienza in territorio giapponese ed americano e sicuramente sarà un vero piacere per i fan italiani gustarsi questo evento sul grande schermo. My Hero Academia è un battle shonen, o manga di combattimento per ragazzi, il genere a cui appartiene lo storico Dragonball, così come i cosiddetti big three che hanno segnato un enorme numero di appassionati tra gli anni Novanta e gli anni Dieci del Duemila: Bleach, Naruto e One Piece. A parte quest’ultimo, gli altri big si sono ormai conclusi alcuni anni fa (così come altre serie relativamente popolari, come Toriko) e di fatto il panorama dei battle shonen ha faticato a trovare un erede di peso che rappresentasse la nuova generazione, ma My Hero Academia potrebbe ricoprire proprio questo ruolo.

La premessa è semplice ed efficace: l’essere umano è andato incontro ad una evoluzione e ora l’ottanta per cento della popolazione mondiale è dotato di superpoteri, denominati quirk. Questa situazione ha avuto ripercussioni importanti sulla società, portando ad una legislazione che regolasse l’utilizzo di questi quirk. Parte di questa regolamentazione è la nascita della figura professionale degli heroes, persone coraggiose che vogliono rendersi utili alla collettività e che devono combattere i villain, criminali più o meno pericolosi dotati anch’essi di quirk. In questo contesto si inserisce la storia di Izuku Midoriya, un ragazzo che sin da bambino sogna di diventare un grande hero, ma fa sfortunatamente parte di quella categoria di persone denominata senza quirk. Dopo alcune peripezie, Izuku riesce ad essere ammesso alla classe 1-A del rinomato liceo per eroi Yuuei ed è questo contesto scolastico a costruire uno dei punti nevralgici di My Hero Academia.

Da una parte, la serie è un chiaro omaggio alla passione di Horikoshi per i comics americani sui supereroi. È come se avesse portato alle estreme conseguenze la premessa iniziale propria degli X-Men, la mutazione genetica. Ciò non significa che My Hero Academia sia un fumetto americano con disegni giapponesi, anzi, ma questo amore dell’autore è chiaramente percepibile nella lettura (o nella visione) e colora la storia di una sfumatura leggermente diversa dal solito. L’altra grande influenza dell’opera, a mio avviso, è la prima parte di Naruto, il celeberrimo manga sui ninja di Masashi Kishimoto. Da Naruto, Horikoshi riprende la struttura generale, con l’impostazione “scolastica” che spettacolarizza lezioni ed esami rendendoli momenti di azione e sviluppo dei personaggi; sono presenti poi grossi eventi drammatici che costituiscono crisi e ostacoli concreti che vanno superati. My Hero coglie anche una delle grandi qualità di Naruto (poi persa con la serie Shippuden) e la fa propria: l’approccio fortemente character-driven, col quale compagni, rivali e insegnanti di Izuku diventano essenziali nel coinvolgimento del lettore.

La classe 1-A al gran completo.

La classe 1-A è composta da venti studenti ed è seguita da un certo numero di insegnanti, compreso All Might, il mentore di Izuku e l’eroe numero uno del Giappone. Se naturalmente possiamo individuare alcuni personaggi più importanti di altri, le interazioni tra tutti i compagni di classe sono continue e approfondite per gran parte della storia. Grazie ad un eccezionale lavoro di caratterizzazione, ognuno ha la sua personalità spiccata, un particolare design (valorizzato dal pennino ispiratissimo dell’autore) e una rete di rapporti interpersonali che rende coinvolgente l’avvenimento più mondano. In questo frangente, My Hero Academia approfondisce il discorso imbastito dal primo Naruto e dedica diverso tempo a fare interagire i personaggi anche in contesti estremamente ordinari e casual, non soltanto attraverso le battaglie e gli allenamenti.
La natura frizzante di queste continue interazioni deriva anche dalla premessa stessa della serie: un mondo in cui quasi tutti possiedono un potere speciale è un mondo in cui lo straordinario diventa ordinario e per il lettore questo significa che le situazioni quotidiane possono nascondere numerose, divertenti sorprese. Va da sé poi che l’estro dell’autore per la caratterizzazione non è lesinato per i villain che i nostri si troveranno ad affrontare e nemmeno per i personaggi più di contorno, come i vari pro hero o gli alunni della classe 1-B, amici/rivali dei Nostri. Certo, a volte Horikoshi incappa nelle trappole di un approccio tanto corale: alcuni personaggi godono di sin troppo screen time rispetto ad altri, anche a seconda della loro popolarità, mentre altri, in alcune situazioni, vengono mal gestiti; ma credetemi quando dico che far crescere questa rete di rapporti in modo che anche un evento frivolo come una gara a chi nel dormitorio abbia la camera più bella sia coinvolgente, senza che questo interferisca con l’intensità degli archi narrativi, non è una cosa da tutti. I personaggi sono talmente riusciti che chi scrive sogna uno spin-off della serie in puro stile slice of life, concentrato esclusivamente sulle vite quotidiane dei nostri eroi. Potrebbe essere bellissimo con relativamente poco sforzo (e sicuramente sarebbe un migliore impiego del materiale sorgente rispetto al delirante gag manga disegnato in stile chibi, My Hero Academia Smash!!).

Un interessante video di Mother’s Basement su All Might e la componente ideologica e sociale della serie. Contiene spoiler per le prime tre stagioni dell’anime.

Un altro aspetto interessante della serie è la componente sociale. La storia è strettamente correlata alla fisionomia della società dei quirk e si cristallizza in una serie di hero e villain con delle particolari motivazioni. All Might, il top hero, è chiaramente ispirato a Superman ed è un potentissimo deterrente per tutto il crimine, il cosiddetto simbolo della pace. È lui il vero pilastro dell’opera, con hero che si ispirano a lui e cercano di portare avanti la sua eredità e villain che vogliono agire contro di lui e ciò che rappresenta. Ci sono anche figure con un ideale nobile distorto dalla follia, come il killer di eroi Stain, che ritiene All Might l’eroe perfetto e vuole eliminare tutti coloro che non sono altruisti come lui, ma si fanno eroi in cerca di gloria o tornaconto personale. Anche Overhaul, l’antagonista dell’ultimo arco narrativo edito in Italia, non si confronta direttamente con All Might ma cerca un modo per eliminare la “malattia” dei quirk, riportando la società ad uno stato di normalità che ritiene più sano. Insomma, i conflitti che animano la trama sono sempre motivati in modo tale da contribuire organicamente al word building della serie. È chiaro che parliamo pur sempre di un’opera per ragazzi, quindi non c’è da aspettarsi una sottilissima critica sociale o una profonda riflessione filosofica, ma l’autore sa perfettamente come trattare la materia in proporzione al suo target. Il mondo creato da Horikoshi ha talmente tanto potenziale che esiste un altro, riuscitissimo spin-off, intitolato Vigilante – My Hero Academia Illegals, che esplora il tema della “zona grigia” di chi esercita la professione di eroe irregolarmente. Una lettura più che consigliata.

Tornando brevemente sul tema dei personaggi, c’è un aspetto in cui la serie potrebbe osare ancora di più: l’approfondimento dei rapporti romantici. Vi sono diverse situazioni in cui si lasciano intendere, o si esplicitano addirittura, interessi di qualche tipo tra i personaggi (principalmente tra Izuku e la sua compagna Uraraka, entrambi coinvolti una classica situazione “si piacciono, ma non se lo dicono”), ma si rifiuta di andare oltre al cliché, di mostrare dichiarazioni amorose, appuntamenti, insomma di rendere la cosa un vero motore delle relazioni interpersonali che a mio avviso conferirebbe una dimensione ulteriore a questi personaggi che già fanno parte del cuore di molti lettori. È una scelta molto probabilmente dovuta alla riservatezza dei giapponesi in materia, nonché dal target demografico, ed è comunque un passo avanti dai battle shonen più famosi, ma in un manga così character driven, con lievi influenze occidentali, avverto questa assenza come un limite alla credibilità delle interazioni. Dare più spazio al romanticismo non comporta necessariamente trasformare il tutto in uno shojo (manga per ragazze). Spero che Horikoshi possa riuscire, in futuro, a sperimentare qualcosa di diverso in questo senso… o almeno a farne un ingrediente per l’ipotetico spin-off slice of life già citato.

A conti fatti My Hero Academia è una serie meritevole del suo successo. Riesce a mettere in scena battaglie da pelle d’oca, ben coreografate e spettacolari, che sanno emozionare i lettori, all’interno di un contesto solido, popolato da personaggi fantastici. Non vedo l’ora di sapere cosa il futuro riserverà ad Horikoshi ed alla sua creatura, ma credo che arriverà sempre più in alto. Del resto, il motto del liceo Yuuei è proprio Plus Ultra!

La opening della prima stagione dell’anime.

Grazie per aver letto questo articolo e buon divertimento a chi andrà al cinema a vedere Two Heroes!

Federico Arata

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