After Life: quando il nichilismo diventa un super potere

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Una delle cose meravigliose dei nostri tempi è la possibilità di poter fruire, in pochissimo tempo, di film e prodotti seriali nuovi di zecca che possano soddisfare i gusti più disparati, seppure spesso a discapito di alcuni sceneggiati che si presentano più elitari e che quindi possono passare un po’ più in sordina. In questo articolo voglio parlarvi proprio di uno di questi ultimi casi. La visione di After Life è capitata assolutamente per caso, soprattutto in un momento di stanchezza in cui a dirla tutta non avevo proprio voglia di buttarmi in una serie nuova, per altro di un certo impegno e sicuramente non di puro intrattenimento. Mi sono dovuta ricredere subito perché la maestria con cui Ricky Gervais (autore, regista e attore protagonista) ha portato sullo schermo il tema del lutto e le difficoltà per il suo superamento senza risultare troppo deprimente, pesante ma nemmeno banale, mi ha conquistato immediatamente.

Tony è un giornalista di mezza età di un piccolo borgo inglese, dalla vita mite e semplice, rischiarata dall’amore per la moglie Lisa. Quest’ultima purtroppo muore in seguito ad un cancro strenuamente combattuto, lasciando il marito solo ad affrontare una vita che sembra non valere nulla senza di lei. Il lutto porta Tony a cadere in depressione e a tentare il suicidio, senza però riuscire nell’intento. Il fallimento che ne consegue lo spinge a decidere di vivere la vita rimastagli come fosse “un bonus” in cui può fare tutto ciò che vuole senza preoccuparsi di nulla né di nessuno e lasciandosi la possibilità di togliersi la vita una volta che sarà troppo stanco per tirare avanti. Questo è, secondo lui, un vero è proprio super potere. Saranno le parole e le esperienze di amici, parenti e nuove conoscenze a rimetterlo in contatto con la realtà e a farlo riflettere sulle sue estreme posizioni riguardo la vita.

Ricky Gervais interpreta Tony Johnson. L’attore è anche ideatore e regista della serie.

La cosa che sicuramente colpisce in After Life è il perfetto mix di schiettezza e spontaneità che caratterizza la sceneggiatura. Intriga soprattutto la complessità con cui l’autore/regista rappresenta il tema del lutto, che può essere interpretato in modi diversi, addirittura anche opposti. Da un lato il cinismo e il nichilismo di Tony possono sembrare un’ inconscia quanto disperata richiesta di aiuto a quanti gli stanno intorno (richiesta, tra l’altro, immediatamente percepita). Dall’altro la filosofia del personaggio può essere vista come la più giusta e più autentica reazione di fronte ad un’esistenza che perde valore con la morte di una figura fondamentale che per Tony era anche vera e propria compagna di vita, come si può notare dai continui flashback che costellano tutti e sei gli episodi della serie.

Ricky Gervais (Tony) e Kerry Godliman (Lisa) in una scena “flashback” della serie

Nonostante questo, il background dell’intero lavoro di Gervais è prima di tutto incentrato sulla dissacrazione della società in cui viviamo e sullo humor nero come è, d’altronde, sempre stato nello stile di stand-up comedian dell’attore. La struttura “a sitcom” però, non è posta unicamente per far ridere o alleggerire il tema trattato ma anzi paradossalmente lo rafforza e lo amplia come se adempisse ad un ruolo di contrappunto nei confronti del dramma che accompagna tutta la vicenda.

Il bello di After Life per me è proprio questo: si ride, si piange, ci si commuove, si empatizza oppure ci si arrabbia con il protagonista, così come fanno anche alcuni comprimari. Tra questi è doveroso ricordare Matt, caporedattore del Tambury Gazette nonché fratello della defunta Lisa, che cercherà in tutti i modi di aiutare il nostro protagonista a ritrovare la serenità perduta e Sandy, neoassunta giornalista che farà breccia nel muro di nichilismo e rassegnazione alzato da Tony con il suo entusiasmo giovanile.

Risultano però fondamentali anche figure minori e appena accennate come la vedova Anne con cui Tony si troverà subito a suo agio perché vista come “spirito affine”; la sex worker Daphne, da lui definita “una persona davvero carina” a prescindere dal lavoro che sceglie di svolgere e l’eroinomane Julian, personaggio che lo aiuterà forse più di tutti a capire che la sua vita non è ancora finita (il suo vissuto mi ha riportato alla mente quello di Layne Staley, cantante della grunge band Alice in Chains deceduto nel 2002, la cui dipendenza da eroina peggiorò dopo la morte della fidanzata storica, anch’essa tossicodipendente, proprio come nel caso di Julian). D’altra parte non mancano comprimari la cui funzione è soprattutto satirica e dissacratoria come lo psichiatra a cui Tony si rivolge, un autentico cialtrone che alla fine si rivelerà tale anche nei rimproveri che il protagonista gli rivolge nell’episodio conclusivo della stagione.

Insomma After Life è un piccolo gioiellino da non perdere, in cui tutto è perfettamente amalgamato per creare uno spaccato di vita realmente palpabile ed emozionante. Non rappresenta, come si potrebbe pensare dal titolo, una vita ultraterrena o dopo morte ma semplicemente una vita dopo, un’esistenza successiva in seguito ad un particolare evento che sconvolge il modo di pensare e vivere le cose.

La lezione più importante che questa serie mi ha insegnato è che nessun evento, bello o brutto che sia, appartiene ad unica persona perché qualunque nostra azione può influenzare in qualche modo chi ci sta intorno ed è questo che riesce a renderci veramente esseri umani.

Come giustamente afferma Anne, nel penultimo episodio di questa prima intensissima stagione:

E io non posso che essere più che d’accordo con lei.

Arianna Dornetti

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