GUIDA ALL’ASCOLTO: Fuori dall’Hype – Pinguini Tattici Nucleari

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È stata una birra artigianale superalcolica limited edition ad ispirare Riccardo Zanotti nella scelta del nome per la sua band: nel 2010 sono nati i Pinguini Tattici Nucleari, contraddistinti da un’anarchica irriverenza, noti per il loro eclettico trasformismo musicale. La band bergamasca, abbandonato il Christian Death Metal degli inizi, ha sempre sperimentato diverse sonorità, plasmando un genere unico nel panorama italiano, un miscuglio eterogeneo di funky decentralizzato e pop-a-modo-loro, un panettone rock&roll senza glutine con assoli canditi e gocce di falsetti.

Ecco che a quasi un mese dal rilascio del loro quarto lavoro in studio, la band bergamasca capitanata dall’eccentrico Riccardo Zanotti ha ricevuto la consacrazione sullo scenario pop italiano: parlare di un consueto raggiungimento della maturità artistica sarebbe inappropriato, dal momento che si tratta piuttosto di uno stadio superiore del continuo processo di quella evoluzione caleidoscopica che accompagna la loro musica sin dai tempi del primo EP. Va dimenticata ogni forma di musica prêt-à-porter, i Pinguini mi hanno ormai abituato ad ascoltare canzoni stracolme di riferimenti e giochi di parole, che mescolano generi diversi in un’atmosfera di frizzante ironia.

Fuori dall’Hype, questo il nome del quarto album, è un disco che ha letteralmente portato i PTN fuori dall’hype. Sono usciti allo scoperto, e l’hanno fatto con grande stile e nonchalance. È colpa del contratto con la major Sony fresco di stampa? O magari del tour sold-out e dei milioni di streaming? Poco importa. Il disco è magico, si tratta di un viaggio di formazione diretto all’uscita di un tunnel senza luce, un’esperienza sopra le righe attraverso le storie di dieci personaggi, raccontate dalle dieci tracce che compongono l’album.

TRACKLIST:

  1. Fuori dall’Hype
  2. Antartide
  3. Lake Washington Boulevard 
  4. Monopoli
  5. Nonono
  6. Scatole
  7. Sashimi
  8. La Banalità del mare
  9. Verdura
  10. Freddie

Il viaggio inizia con la title-track. È una canzone lontana anni luce dall’inconfondibile stile pinguinesco, che tratta con leggerezza dei problemi della vita e della consapevolezza del distacco dalle esperienze passate della band. È il funerale all’indi(e)pendenza, che con rassegnazione culmina nell’epigrafe «Belli i primi, poi venduto»: questa ballad è il malinconico inizio che non ti aspetti da un disco firmato Pinguini Tattici Nucleari. Apatia, sofferenza e malinconia sono le parole più giuste utili a descrivere questa lettera aperta alla Tommaso Paradiso, che comunque nasconde – per certi versi – una sorta di ironia.

La seconda traccia è Antartide. Rivela di un viaggio attraverso le difficoltà di una ragazza introversa e apparentemente impenetrabile. Tra consigli, dichiarazioni, Harry Potter, Scrubs e Pinochet, Zanotti racconta la storia di una eterna indecisa e si concede ad una spassionata dichiarazione d’amore. Il pezzo inizia con una piacevole introduzione al pianoforte sul filo della traccia precedente, per poi riversarsi all’improvviso in un riff alla Sciare, frizzante e pieno di vita, fino ad arrivare ad un intermezzo orientaleggiante.

Il viaggio continua e fa tappa negli States, più precisamente sul lungolago di Seattle. Il protagonista di questa ballata folk-rock è Kurt Cobain, che sul Lake Washington Boulevard aveva una casa, quella in cui compì il celebre gesto fatale. La storia comincia con il racconto dell’appassionata favola d’amore del protagonista ed una certa Chiara (Courtney?) per poi raggiungere l’apice in una proposta di matrimonio, che subito mette in luce l’immaturità della ragazza, provocando nel giovane un senso di smarrimento, palese nel ritornello. Nelle battute finali, Zanotti mette in evidenza anche la superficialità di Chiara che, dopo aver sentito uno sparo in lontananza, poi un rumore di ambulanza, decide di andare a prendere un gelato. La canzone è molto ritmata ed orecchiabile, inizia con un ritornello a cappella, quasi a preannunciare il tragico finale della storia, scandito dal suono delle sirene e anticipato dall’abbozzo del primo assolo di chitarra del disco.

La quarta traccia si divide tra il rumore delle onde nella cittadina pugliese di Monopoli e il caos della metropoli di Shangai. Nel pezzo più pop del disco si tratta di una storia d’amore e di leggerezza, quella tra due ragazzi diversi tra loro, a prescindere dalla loro provenienza. Ricca di nostalgici riferimenti (primo su tutti la citazione di Vasco), la storia tra i due è resa alla perfezione dal gioco di parole operato tra le due città e gli omonimi giochi da tavolo ed è perfettamente coronata da un articolato assolo di chitarra alla Brian May(?). È importante aggiungere che la mia attenzione è stata catturata dal riff di chitarra iniziale: è una mia impressione oppure è decisamente simile all’introduzione del brano Come Musica di Jovanotti?

Ed ecco che con Nonono arriva quel fresco tocco di reggae che mi riporta ai Pinguini dei vecchi tempi, quando l’unica preoccupazione di Zanotti era prendere 80 all’esame di maturità. La quinta traccia si articola attorno ad un giro di chitarra e a tutti i no pronunciati da due amici-con-benefici. Nella canzone, l’autore dei PTN racconta della sua tanto indecifrabile quanto appagante relazione con una particolarissima ragazza e riporta alla mente diversi episodi della loro storia, operando alcuni paragoni.

Giunti alla sesta traccia, arriva il momento più intimo del disco, durante il quale Zanotti si concede ad un racconto introspettivo delle sue ambizioni, del rapporto con suo padre e delle difficoltà che ha dovuto superare prima di diventare un cantante. Due persone così distanti, lui e suo padre, che si ritrovano più vicine che mai alla fine di questo delicato pezzo acustico scandito da un arpeggio Irenesco. Attraverso il suo pragmatismo e la sua dedizione al lavoro, il papà muratore prospetta per il figlio una carriera da ingegnere o architetto, allontanandosi dalle ambizioni musicali di quest’ultimo, coronate, in seguito, dall’ammissione in una università musicale londinese. È solo alla fine di questo racconto corale che Zanotti, diventato un cantante nonostante tutti gli ostacoli, si accorge che le canzoni in fondo sono solo scatole, dove la gente si rifugia quando fuori piove, proprio come le case ed i palazzi costruiti dagli architetti e dai muratori.

Come un maremoto in un giorno di bonaccia si fa strada il pezzo più groove dei dieci: Sashimi è la canzone che mi ha colpito di più, un autentico capolavoro di scrittura evocativa e sperimentazione musicale. La storia raccontata nel brano – secondo singolo estratto – è semplice: un ragazzo tradito dalla fidanzata partita in Erasmus a Saragozza, trova nel Susharo (così lo chiamano i Pinguini) la figura del perfetto confidente/psicanalista a cui affidare i racconti della sua storia d’amore finita male. Il dialogo tra i due si muove tra un gioco di parole e un riferimento letterario, tra un riff elettronico e una barra di rock puro. Sintetizzare tutte le citazioni in poche righe sarebbe pressoché impossibile, mi limito solo ad evidenziare – tra le tante – la presenza di Kierkegaard, Belushi e di un dio-adolescente che gioca a The Sims.

La banalità del Mare è l’ottava traccia, uno dei pezzi più radiofonici del disco, che sa di tormentone estivo anni’80. In questa papabile hit dal sound cocktail-bar-sulla-spiaggia con tanto di cori ohohoh, Zanotti racconta una storia di vicinanza, lontananza, schiaffi e litigi, ma non perde l’occasione di lasciarsi andare all’ennesima dichiarazione d’amore. La sua ragazza si merita molto di più del mare (non del male, come nel titolo del libro di Hannah Arendt): è destinata a cose grandi, ad un viaggio sulla luna, magari. Oppure a questa dedica raggaeton, perché no? 

Prima di giungere al momento dei saluti, i Pinguini ci concedono un ultimo momento di spensieratezza, tanto si sopravvive a tutto ascoltando Lucio Dalla, giusto? Con questo pezzo la band ha dimostrato di essere ancora capace di rimanere fedele a quel tipo di ironia post-moderna alla StatoSociale che era stata la ciliegina sulla torta dei lavori passati. Verdura è il racconto di una relazione letteralmente esplosiva finita male, la storia di una ragazza che ha preferito Fonzie a Richie Cunningham e di un ragazzo che taglia i ponti col passato semplicemente non rinnovando l’abbonamento a Netflix. In questo pezzo i riferimenti spaziano dagli 883 a Lino Banfi, passando per Miyazaki. Chapeau.

L’ultima è la favola che racconta di un tale Freddie che, tra i sedili di un FlixBus diretto verso una buia Bologna, si trova a dover affrontare la sfida di confessare la propria omosessualità. Con questa fraterna power ballad enfatizzata da un ritmo cadenzato, Zanotti opera la più degna conclusione per il suo capolavoro: un’altra sincera storia di vita quotidiana accompagnata da un malcelato omaggio al front-man dei Queen. La similitudine tra un bacio e il cannibalismo e le difficoltà affrontate dal giovane sono alla base dell’immagine instabile di una parabola discendente che la canzone nasconde tra i pensieri di Freddie durante una precaria corsa in bus.

Giunti al termine, non rimane altro da fare se non tirare le somme di questo viaggio che ha portato un po’ tutti fuori dall’hype. Nonostante siano inevitabili i paragoni con altri artisti del panorama musicale italiano, resta fondamentale la rivoluzione portata avanti da questo disco affinché venga cancellata dal dizionario ogni voce contenente la parola Indie: l’aveva iniziata Lodo Guenzi, ma ci ha provato anche il Punk di Gazzelle. Fuori dall’Hype assume quindi i caratteri di un secondo primo-disco della band bergamasca che si distacca nettamente dalla tradizione pinguinesca, esce dall’hype e, pur prestandosi evidentemente al pop, non si vende al nazionalpopolare, riuscendo così a stupirmi alla stessa maniera di sempre.

Jacopo Polizzi

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