Mario e la mela nera

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Mario era un ragazzo come tutti gli altri, anzi non proprio come i suoi compagni di scuola. La maggior parte dei suoi amici infatti era più colta, conosceva meglio il mondo e tutte le sfumature dell’ambiente che li circondava. Lui, invece, non era mai uscito al di là della provincia. Non poteva permetterselo nonostante dopo la scuola andasse a lavorare come cameriere nel bar del paese. Nemmeno i suoi genitori riuscivano a soddisfare la voglia del figlio di poter andare via anche per una gita di pochi giorni con la classe. Passati gli anni, quel suo desiderio irrefrenabile di conoscere svanì; quelli che prima erano i fiumi che baciavano i campi intorno alla sua piccola cittadina diventarono oceani che lui non voleva più navigare.

Il giorno della gita fu l’unico a non andare. Non che gli importasse tanto: si riteneva più fortunato degli altri perché la piccola fiamma di curiosità nell’esplorare le diversità del mondo ormai era spenta e a lui bastavano le piccole vie del centro e i pochi sentieri che costeggiavano i canali. Non si chiedeva da dove venisse l’acqua, per lui tutto nasceva e moriva in quei pochi chilometri quadrati di quel piccolo comune italiano.

Nel tragitto per andare come ogni sera al lavoro, si imbatté in un campo di mele. La sua zona era piena di frutteti e quindi non era un caso passare di fianco ad un campo di meli. Quel frutteto però aveva qualcosa di particolare: sulla destra c’era una pianta che mai fino ad allora aveva notato. Una pianta di mele nere. Lui rimase di stucco, non poteva credere a cosa aveva visto e pensò ai suoi amici che erano partiti e non potevano anch’essi rimaner folgorati da quelle belle, tonde e luccicanti mele nere. Incuriosito legò la bici alla staccionata che delimitava il campo e si avvicinò. Più si avvicinava e più le mele sembravano brillare di una luce riflessa che quasi abbagliava i suoi occhi. Ne prese una guardandosi intorno furtivamente, sperando di non esser beccato da nessuno, e se la mise dello zaino.

Tornato a casa la tirò fuori e rimase a fissare quella mela: era la più bella che avesse mai visto. Non vedeva l’ora di mostrarla ai suoi compagni ed agli insegnanti.

Passò qualche giorno e la classe tornò nella scuola del paese. La mela era ancora rimasta intatta, senza alcun segno. Fiero ed orgoglioso entrò in classe e la mostrò a tutti urlando:

“ragazzi mentre eravate via guardate cosa ho trovato, una mela nera!”.

I compagni inizialmente si guardarono tra di loro e poi partì una chiassosa risata. Mario rimase totalmente spiazzato, non riusciva a capire l’ilarità della situazione. Ad un certo punto, vedendo il proprio alunno affranto, l’insegnante fece in modo di mettere ordine nella classe. Prese da parte l’ingenuo Mario e disse:

“Vedi la mela nera? Ragazzo la mela che hai in mano non è nera, è una mela rossa, mangiata dai corvi. Ti conviene non mangiarla o starai male”.

Mario, vedendo pure l’insegnante contro, sbraitò accusando lui e i compagni di essere ciechi. Allora Francesca, la capo classe, si alzò e disse:

“Prof, lo lasci stare. È un piccolo ignorante, non riesce a vedere che quella che ha in mano è una mela marcia! Andrebbe bocciato per la sua stupidità ed ignoranza!”.

La situazione in quel momento fu molto tesa, Mario in lacrime prese la mela. La fissò. Era ancora brillante ai suoi occhi. Asciugandosi le lacrime con la manica del maglione fissò Francesca ed esclamò:

“Sei una lurida invidiosa, sai che ho ragione. La mela è nera! Sei soltanto gelosa!”

e partì con tutta foga verso la ragazza pronto a sferrarle uno schiaffo.

Allora il professore intervenne ed in tempo bloccò il braccio di Mario. Lo prese da parte fuori dall’aula. Con sé portava degli occhiali che era solito indossare e li diede all’allievo, invitandolo a provarli. Dopo un po’ di resistenza il ragazzo cedette e li mise. Non poteva crede ai suoi occhi: quella mela che lo aveva incantato non era più nera ma non era nemmeno rossa. Era coperta di muffa e mangiucchiata da insetti e beccate di uccelli.

Come per la mela nera, certe idee vanno combattute con gli occhiali del confronto democratico e della cultura, non come la classe e Francesca hanno fatto. Per colmare l’ignoranza di un cittadino bisogna fornire ad esso lo strumento per capire che certe idee sono sbagliate, per capire che la mela è marcia, che certe ideologie sono frutto di scarsa conoscenza e di miopia culturale. E quello che vale in un piccolo paese di provincia, può valere ovunque. Anche in una manifestazione culturale. Anche in un salone del libro. Anche a Torino.

Matteo Abbà

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