Pet Sematary: un adattamento non troppo riuscito

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Da almeno quarant’anni a questa parte, quando si parla di horror best seller, non si può non pensare alle storie di Stephen King e alla sua più che prolifica carriera di maestro del brivido. Il nome dell’autore è infatti ormai indissolubilmente legato alla paura in ogni sua sfaccettatura e in ogni sua più nefanda manifestazione sia in letteratura che nel cinema, dove molti suoi romanzi e racconti brevi sono stati trasposti anche da importanti registi come Brian De Palma ( per Carrie del 1976), David Cronenberg (per The Dead Zone del 1973), Stanley Kubrick ( per il fortunatissimo Shining del 1980), John Carpenter ( per Christine del 1983) e George A. Romero che ha portato sul grande schermo la sceneggiatura originale dello stesso King in Creepshow del 1982. Una così grande popolarità e un così grande numero di trasposizioni cinematografiche (che continuano ancora oggi), ha aperto da tantissimi anni l’annosa questione sulla necessità o meno di essere fedeli al romanzo di partenza: è indispensabile seguirlo? Non lo è? Le opinioni in merito sono le più disparate.

Stephen Edwin King in una fotografia recente

In questo caso specifico voglio trattare del caso del nuovo Pet Sematary, remake di un altro film di discreta levatura girato nel 1989 e a sua volta tratto dal romanzo di King del 1983. La narrazione risulta, come è tipico dello stile di questo autore, piuttosto semplice e lineare ma studiata in maniera tale da poter provocare forti emozioni nel lettore che spesso si ritrova anche a riflettere su argomenti spinosi; in tale romanzo, l’argomento cardine è la morte e il problema della sua totale e completa accettazione da parte degli esseri umani. Ma se, per una volta, ci fosse la possibilità di riportare in vita un proprio caro defunto come ci comporteremmo? Probabilmente coglieremmo la possibilità senza pensarci due volte. Ma se ciò che riportiamo in vita non fosse in tutto e per tutto il nostro congiunto ma fosse un essere dominato da spiriti malvagi e omicidi? Nel caso di Louis Creed, protagonista del romanzo, il peccato di hybris e la superbia di poter vincere la morte lo dominano a tal punto che per ben tre volte utilizza il potere della terra sacra degli indiani Micmac (Mi’kmaq), poco sopra il cimitero degli animali del titolo, per resuscitare figlio, moglie e gatto domestico e trasformando la narrazione in un vero e proprio bagno di sangue.

Prima edizione del romanzo edita da Doubleday, 1983

Queste idee, seppure possano sembrare semplici e già fortemente radicate nelle storie popolari statunitensi (King ha dichiarato di essersi ispirato a The Monkey’s Paw, la cui versione più famosa è quella di William W. Jacobs) sono state talmente efficaci da essere in grado di terrorizzare e sconvolgere il pubblico per diverse generazioni in quello che è, secondo me, il più crudo e più spietato romanzo dell’autore di Portland.

Il nuovo film di Kevin Kölsh e Dennis Widmyer, con sceneggiatura di Jeff Buhler e David Kajganich, ha scelto però di seguire vie in parte molto diverse sia dal romanzo che dal film di Mary Lambert (la cui sceneggiatura è stata riadattata e rivista per il grande schermo proprio dallo stesso King). Per i primi 45 minuti circa, si nota una certa aderenza ai fatti raccontati nel best seller anche se il ritmo risulta forse un po’ troppo veloce e certe battute piuttosto banali e goffe nel loro tentativo di essere realistiche. Oltre a ciò, ma questo è un parere squisitamente personale, non ho apprezzato la scelta stilistica di raffigurazione degli ambienti esterni che risultano troppo spesso cupi grazie ad effetti speciali o filtri a discapito dei chiaro-scuri naturali presenti nella precedente trasposizione (inoltre gli sceneggiatori mi devono proprio spiegare come una casa ai limiti di una foresta possa essere vicino ad una superstrada trafficatissima!). Nonostante questo, si notano delle inquadrature ad effetto che fanno quantomeno capire che i due registi non sono degli sprovveduti, ma che anzi hanno un discreto talento.

John Litgow (Jud Crandall) e Jason Clarke (Louis Creed) nella nuova trasposizione

Uno dei grossi errori di questo nuovo film sta in tutt’altro ambito, ovvero nella sceneggiatura: si è scelto infatti di far morire la sorella più grande Ellie (una bambina di 9 anni nel nuovo film, di 6 nel vecchio e nel libro) invece del piccolo Gage, la cui scomparsa è forse l’elemento più straziante e drammatico di tutta la narrazione. Ma perché mai fare un’operazione del genere? Dal mio punto di vista non ho trovato nessuna motivazione concreta per fare un simile cambio di trama se non quello di smorzare un po’ il dramma, andando però così a perdere uno degli elementi cardine del racconto. Oltre a ciò, si va ad eliminare un altro elemento importante legato proprio a Ellie, ovvero i suoi sogni premonitori su ciò che accadrà di lì a poco se Louis deciderà di utilizzare il cimitero sacro per riportare in vita il fratellino.

La versione “zombizzata” della bambina, nonostante la buona interpretazione dell’esordiente Jeté Laurence, risulta fin troppo prolissa nelle sue accuse al padre per averla strappata alla morte ed è anche la causa di un finale troppo modaiolo. La piccola infatti, dopo aver ucciso la madre, trascina il suo cadavere nella terra “dove i morti camminano” in cui questa rinviene sotto forma di non morto, arrivando a neutralizzare anche il marito durante una colluttazione. I tre infine, posseduti dall’oscura presenza, bruciano la loro casa e si recano insieme ad uccidere (si presume) anche il figlio più piccolo.

La piccola Jeté Laurence interpreta Ellie Creed nel film del 2019

Si va a perdere ancora una volta un elemento centrale del romanzo di King, ovvero la reiterazione della tracotanza nel personaggio di Louis che, in questo finale, non solo non riesce ad uccidere per la seconda volta né il gatto Church né la figlioletta, ma non trasporta nemmeno il cadavere della moglie per l’ultima resurrezione maledetta.

Sia chiaro, chi scrive non è una sostenitrice delle trasposizioni cinematografiche sempre fedelissime al romanzo (infatti ho comunque apprezzato il primo capitolo di IT, che sceglie a volte diverse strade rispetto al best-seller da cui è tratto ma con un senso anche legato al bussiness che trovo sensato e azzeccato), ma nel caso di Pet Sematary non avrei compiuto alcune scelte che ho criticato, soprattutto perché non le trovo in alcun modo giustificabili.

Quasi nessuno, quando sceglie di guardare un film horror di questi tempi, va al cinema per vedere un prodotto autoriale e con una regia di gran classe come poteva essere quella di Shining ( film tra l’altro infedelissimo) ma penso che la reiterazione degli stessi schemi e degli stessi effetti (jump-scare scontatissimi, battute che rasentano l’idiozia, cambi di trama che non riesco a scusare) non sia una buon biglietto da visita e possa tramutare una storia semplice ma bella e suggestiva, in qualcosa di banale e puramente consumistico.

La mia unica speranza e consolazione è che questa nuova trasposizione possa in qualche modo avvicinare una nuova generazione alla lettura del romanzo che, nonostante i suoi 36 anni di vita, non passa mai di moda.

Arianna Dornetti

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