Perché i rapper italiani adorano Vasco Rossi?

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I rapper italiani di oggi amano Vasco Rossi e, aspetto ancor più significativo, lo rispettano. In un ambiente come quello dell’hip-hop italiano dove giustamente regnano la strafottenza e la provocazione, fa un certo effetto osservare l’assoluta reverenza con cui i suoi protagonisti si rivolgono al rocker di Zocca. Fa strano, perché nei miei primi vent’anni di vita (e ora ne ho ventiquattro), non ricordo un solo istante in cui il Blasco non sia stato considerato il nemico numero uno da qualsiasi corrente controculturale italiana, che fosse l’indie-rock, l’hardcore o, per l’appunto, il rap. A quanto pare, però, negli ultimi tempi qualcosa è cambiato e siamo ormai giunti in un periodo storico in cui l’immagine di Vasco come emblema della musica reazionaria, vecchia e stantia, sta definitivamente crollando. E la foto qui sotto sembra essere stata scattata apposta per provarlo.

Sfera che va al concerto di Vasco e pubblica una foto assieme a lui è però solo l’ultimo atto di un lungo corteggiamento da parte della scena rap. Per esempio Guè Pequeno, uno che senza troppi fronzoli ha mandato a fanculo praticamente chiunque, ha recentemente dichiarato in un’intervista di essere “un grande fan” di Vasco, che è per lui “un mito”. Incalzato sui motivi di una sua vecchia provocazione (“In confronto a Vasco Rossi sono Umberto Eco”), Guè ha poi chiarito la sua posizione: “In Italia la gente è sempre pronta a puntare il dito contro i testi dei rapper. Vasco dice ‘Togliti i jeans e fammi godere’, non mi sembra troppo diverso da quello che dico io.” Forse Guè stava solo cercando di correre ai ripari da un nuova polemica, ma con le sue parole ha fatto luce sul vero motivo alla base del rispetto che lega i rapper italiani a Vasco: l’immedesimazione, su cui torneremo tra un attimo.

Come non chiamare in causa, a questo punto, Fabri Fibra, il quale nel 2015 incise un pezzo dal titolo emblematico: “Come Vasco”.

Voglio una vita spericolata come Vasco/ Voglio singoli che in radio non fanno mai fiasco/ […] Essere il numero uno indiscusso perché non servono prove/ Stare in alberghi di lusso solo con gente che se la gode/ Con bottiglie che bevi/ Giornalisti ai miei piedi/ Schiacciare un tasto/ E riempire uno stadio/ […] Sono sopravvissuto alla coca/ Come Vasco”.

Con un’allusione esplicita al passato di droga di Vasco e una più velata alle sospette ragioni del perenne supporto dei media nei suoi confronti, questa canzone non è di certo il tributo meno bastardo che Fibra potesse scrivere. Ma esattamente “come Fibra”, Vasco ha dichiarato di aver compreso lo spirito del brano e di averlo apprezzato, ricevendo indietro un bel “Grazie Vasco per aver compreso lo spirito del pezzo” unito a un “mi piacerebbe incontrati un giorno”. Amici come e più di prima.

Persino il rapper più truce d’Italia, Noyz Narcos, si è dichiarato estimatore di Vasco, parlando a Vice di come “soprattutto i dischi vecchi c’hanno dei testi fighissimi”. Per non parlare di Luchè, un vero e proprio fanboy, che nel suo primo album solista ha campionato il ritornello di “Siamo Soli”, ottenendo come ringraziamento la rimozione del suo brano da YouTube. Qualche anno dopo, il rapper napoletano ha addirittura registrato una bella cover di “Non Mi Va” (nel silenzio più totale del suo autore), mentre l’anno scorso in un suo pezzo si è dichiarato “il Vasco Rossi dell’hip-hop”, perché “le donne piangono e si spogliano ai miei show”. Bella Luchetto.

Si parla, dunque, di immedesimazione. I rapper italiani di oggi si riconoscono nel Vasco di allora, si rivedono in lui. Ma per quali aspetti? Non di certo per la componente puramente musicale, mi pare ovvio. A questo punto verrebbe comodo tirare in mezzo la buona e inflazionata idea di “vita spericolata”, ma non credo che in essa risieda la ragione di tutto questo entusiasmo: non esiste giovane che non abbia almeno una volta fantasticato sulla romantica idea di bruciare nel fiore dei suoi anni, figuriamoci un’artista.

È più probabile che il legame affettivo tra Vasco e i rapper contemporanei risieda nella capacità di entrambi di saper giocare: con sé stessi e con la realtà circostante, nella vita come nelle canzoni. Di saper esagerare, restando ambigui sul dove finisca la finzione scenica e dove inizi la pazzia conclamata. Vasco è un’icona eterna perché esattamente come i rapper, che sono le icone di oggi, riesce a vedere la realtà delle cose a una distanza sufficiente da permettergli di non avvicinarsi. Mentre il punk si divertiva a sputare in faccia alla morale comune, per non dire a vomitarci sopra, Vasco e i rapper non le rivolgono nemmeno lo sguardo, ma se ne stanno girati con gli amici a farsi una canna o una birra, parlando la stessa lingua delle cazzate al bar. E alla fine sono loro a muovere le masse, e sempre lo saranno, perché se c’è una cosa più cool della rivoluzione, quella è l’anarchia.

In questo senso, Vasco che si presenta tutto fausto a Sanremo e si rifiuta di recitare il playback non è diverso da Sfera Ebbasta che sale con due Rolex sul palco del Primo Maggio e canta “Sciroppo”. Anzi: col suo atteggiamento sbarazzino e provocatorio, il Blasco è stato probabilmente il proto-rapper italiano, approdato sulla “scena” con circa trent’anni d’anticipo. E se mai nascerà un suo erede, è molto probabile che questi non avrà una chitarra in braccio ad accompagnare un qualche sermone su ciò che non va nella politica; molto più probabilmente, sarà un ragazzo che, microfono alla mano, farà la voce a quel rapper che in una canzone cantava “vorrei incontrarti tra cent’anni appesa insieme a Ron” e in un’altra ammetteva “stavo pensando a te” col cuore in mano. Oppure si rifarà direttamente a quella rockstar malandata e dall’inconfondibile accento romagnolo, che già qualche anno prima passava con naturalezza dal “è stato splendido però amarti” al “ti taglio la gola

Vasco piace ai rapper perché parla e pensa come loro, i quali a loro volta parlano e pensano come i giovani. Ed ecco che il cerchio si chiude. Si potrebbe aprire poi una lunga riflessione sul perché sia così diffuso il disinteresse giovanile verso i temi sociali, però direi che non è questo lo spazio per parlarne. Ma voi rifletteteci su ogni tanto.

E in tutto ciò, cosa ne pensa Vasco del rap di oggi? Approva. “Inneggiano alla scarpa firmata, alla macchina grossa, i soldi. L’idealismo di ieri è stato ucciso, non ci credono più ma invece di condannare dovremmo cercare di capirne il significato”, ha dichiarato. Semplice, telegrafico, comprensivo. Come a dire che “è tutto chiaro, tra noi ci capiamo”. E che forse articoli come questo sono solo inutile aria fritta. Ma ormai l’ho scritto e alla fine va bene, va bene così. Come Vasco.

Tommaso Benelli

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