I sei punti salienti di Stranger Things 3

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L’attesa è finita. Ben due anni i fratelli Duffer ci hanno fatto attendere prima di poter vedere la continuazione di una delle serie tv più popolari degli ultimi anni. Si tratta di Stranger Things, la cui terza stagione è approdata ormai due settimane fa su Netflix. E che stagione.

Noi de L’ora d’aria abbiamo deciso di parlarne (o meglio, di scriverne) a quattro mani. Ecco a voi il nostro commento in 6 punti, a cura di Arianna Dornetti e Federico Arata.

Una scena del primo episodio di Stranger Things 3

Una regia ben studiata (Arianna)

Che dire? A mio avviso non è assolutamente scontato che un prodotto così popolare riesca a far breccia nel cuore di milioni di spettatori con una storia accattivante e dei movimenti di macchina che si riescono a vedere. ST è stata fin da subito una piacevole sorpresa perché chi ci lavora ci mette passione e moltissimo talento. Fin dal primo episodio di questa nuova stagione ho notato inquadrature molto suggestive che tengono benissimo il ritmo, vedasi per esempio la ripresa aerea con cui ci viene presentata la fabbrica degli orrori ma anche le scene in cui i poteri di Eleven si mostrano molto più forti di quello che ci ricordavamo (sottolineo in questo senso soprattutto la componente d’azione dell’episodio 4). Standing ovation anche per l’episodio 6 per quanto riguarda le inquadrature repentine e la presenza di slow motion e reverse per rappresentare il flusso di pensieri di Billy, con un finale da pelle d’oca e sudori freddi.

Un trionfo audiovisivo (Federico)

Questo aspetto, nella serie, è sempre stato molto curato, ma la raffinatezza raggiunta da questa terza stagione ha dell’incredibile. La cupezza visiva che caratterizzava specialmente gli episodi del 2016 è qui lasciata sullo sfondo, affidata perlopiù ad un sapientissimo uso di luci ed ombre nei momenti più carichi di tensione. Per contro si è scelto di abbracciare completamente l’estetica al neon degli anni Ottanta che diventa anche elemento tematizzante in quanto strettamente associata alle insegne sgargianti dello Starcourt Mall, ambientazione chiave. Lo stesso si potrebbe dire per i fuochi artificiali, insieme celebrazione della festa del 4 Luglio che caratterizza la stagione e protagonisti assoluti di uno dei suoi momenti più memorabili.
Né d’altro canto si sono risparmiati Kyle Dixon e Michael Stein in una colonna sonora synth che acquista un ruolo più attivo che in passato diventando vero e proprio elemento narrativo. Da veri maestri anche l’utilizzo delle composizioni non originali, specialmente il Secondo Atto dall’opera Satyagraha di Philip Glass, magistralmente impiegato come colonna portante della scena senza dubbio più potente e riuscita, a parere di chi scrive, di questi nuovi episodi.

I protagonisti della serie

Carpenter e Romero non passano mai di moda (Arianna)

Fin da subito i Duffer Bros hanno sempre messo in chiaro che non ci sarebbe stata particolare innovazione nel loro modo di intrattenere gli spettatori e questo vale per tutto ciò che riguarda la componente fantascientifica ma anche e soprattutto quella horror. Anche in questa terza stagione non mancano i fittissimi richiami al cinema di genere di quegli anni, da Dawn of the dead di George A. Romero (guarda caso ambientato in uno dei primi centri commerciali degli USA) agli Evil Dead di Sam Raimi fino al body horror del primo Cronenberg e di The Thing di John Carpenter. Tutto ciò è classico del post-modernismo, un movimento in auge da ormai più di vent’anni che va a creare nuove trame partendo da elementi già ben collaudati nel panorama cinematografico. Possono essere sicuramente scelte opinabili per qualcuno ma quello che ho visto in ST3 mi è piaciuto moltissimo e sebbene abbia potuto cogliere numerosi riferimenti a pellicole cult viste e riviste, ho trovato uno studio, una cura e un’ammirazione dei fratelli Duffer nel vecchio cinema di genere che deve essere solo applaudita ed elogiata anche perché al servizio di una propria e personale visione. In questo caso infatti gli elementi del body horror sono applicati al caratteristico design del Mind Flayer, qui ampliato ulteriormente rispetto alla stagione precedente.

Russi malvagi: uno stanco cliché? (Federico)

L’idea di impiegare come principali antagonisti di questa stagione dei “russi malvagi”, come li chiamano i nostri protagonisti, è certamente in linea con lo stile dei fratelli Duffer, che amano attingere ai motivi tipici degli 80s come da un grande calderone di espedienti narrativi. Tuttavia, per quanto questi russi agiscano come un’entità stereotipata, gli autori si sono comunque divertiti con un paio di personaggi interessanti: Alexei, lo scienziato che non capisce una parola di inglese, fornisce l’occasione per spassosi siparietti comici e per esplorare alcune dinamiche interpersonali del cast in modo inedito; poi Grigori, lo spietato assassino che rappresenta una minaccia ricorrente per tutta la stagione è, ovviamente, una “appropriazione sovietica” di quella icona del cinema d’azione americano che è Terminator. Insomma, come è ben noto ai Duffer non interessa rompere del tutto gli schemi tradizionali, bensì usarli come strumento malleabile a cui imprimere il proprio tocco personale. Può essere lecito aspettarsi più audacia? Forse, ma probabilmente non è quello che pensano i due showrunner, almeno non in questo contesto.

Da sinistra Maya Hawke (Robin), Joe Keery (Steve) e Gaten Matarazzo (Dustin)

Il cast è cresciuto, nel bene e nel male (Arianna)

Forse questo è l’elemento su cui mi aspettavo un lavoro un po’ più accurato andando avanti con le stagioni ma che comunque non si discosta troppo da quelli che sono i probabili intenti dei creatori dello show. I bambini sono cresciuti, si sono formate delle coppie e iniziano ad esserci i primi conflitti seri. Niente di nuovo se non fosse che questa parte viene trattata a inizio stagione per poi essere quasi completamente dimenticata nel momento in cui si avvicina la catastrofe, utilizzando inoltre dei cliché sugli adolescenti che sembrano veramente un po’ troppo banali (a parte quello della distruzione del castello Byers, che è un classico immortale sulla fine dell’infanzia). Troppo distacco dunque dall’interiorità dei personaggi che nelle stagioni precedenti mi era sembrato di percepire di più, forse perché incentivata da specifici modelli come i film fantasy per ragazzi di Steven Spielberg o alcuni racconti di formazione di Stephen King. La stagione sembra in questo modo suddivisa in due blocchi distinti tra idillio estivo e arrivo delle forze del male che rende la trama non molto organica. Ho trovato invece lodevole la scelta di rendere un po’ più ricca e sfaccettata la personalità di Hopper, probabilmente l’unico personaggio ad aver mostrato evidenti segni di cambiamento interiore ora che è diventato a tutti gli effetti papà di una adolescente alle prese con le prime relazioni con l’altro sesso. Ottimi anche i nuovi personaggi di Robin, collega di Steve alla gelateria Scoop Ahoy e Alexei, lo scienziato russo che ha conquistato il cuore dei fan, a cui si aggiunge Erica, la sorellina di Lucas che qui acquisisce una nuova dimensione. A mio avviso c’è qualcosina da correggere ma voglio sperare che questa strada “dell’interiorità” possa essere percorribile in futuro.

Sceneggiatura di spessore, finale discutibile (Federico)

La caratteristica principale di questa terza stagione è l’enfasi più pronunciata su gruppi di personaggi che lavorano, parallelamente, per scoprire diversi aspetti del mistero. La scrittura dei singoli episodi asseconda in modo particolare questa frammentazione, con una sequenza serrata di cambi di prospettiva intelligentissimi che conferiscono alla stagione un ritmo mozzafiato e senza alcun tempo morto (al di là dei primi due episodi che fungono da introduzione e si concentrano in parte sulla vita quotidiana dei personaggi). Da un punto di vista tonale mi è sembrato di notare una maggiore propensione alla comicità che, fortunatamente, funziona a meraviglia, bilanciata da una massiccia dose di oscurità e violenza che appartiene però solo a momenti specifici e solo negli episodi finali si conquista più spazio. Sebbene anche stavolta l’estro creativo non sia predominante, i Duffer si muovono con una disinvoltura da veri esperti nell’universo che hanno creato ed il risultato è una vicenda che tiene col fiato sospeso fino alla fine.

Due parole sul finale: sconfitto nuovamente il Mind Flayer, al prezzo di notevoli sacrifici, Joyce decide di lasciare Hawkins insieme alla propria famiglia e ad Eleven, separando così il cast principale. Dopo i titoli di coda, una sequenza in una struttura segreta in Russia (dove viene tenuto prigioniero un non meglio specificato “americano”) ci mostra che gli esperimenti sono ancora in corso con un ritorno in grande spolvero del Demogorgone. Onestamente questo set-up alla prossima stagione non mi ha convinto. Spezzare il cast può essere un’idea intelligente per battere nuove strade ma il modo in cui ciò è realizzato rende il finale di questa stagione un po’ deprimente e poco soddisfacente. La scena post-credits, dal canto suo, è assolutamente trascurabile e non mostra nulla di nuovo o davvero interessante per far desiderare che la quarta stagione sia già qui. Il mio timore è che la struttura di Stranger Things stia diventando troppo episodica (un cattivo alla volta, puntualmente sconfitto), poiché non ci sono abbastanza elementi che costituiscano un ponte solido con il futuro, come del resto era capitato già nel finale della seconda stagione e al contrario, invece, di quanto accadde con la prima. Un piccolo scivolone per una terza prova altrimenti eccellente.

Tirando le somme, a noi Stranger Things 3 è piaciuto davvero molto. Non si può fare a meno di notare un’adesione particolarmente marcata alla formula di base che ha fatto la fortuna della serie, ma se questo non vi disturba gli episodi non vi deluderanno e vi stupiranno con scene di grande impatto. Tra le quali, a parer nostro, non rientra certo l’acclamata sequenza con The Neverending Story.

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