Eutanasia, manifesto per l’11%

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“Per chi soffre di malattie incurabili e dolori per lui insopportabili, se decide di morire chi lo aiuta non può essere punito”, con questa sentenza la Corte Costituzionale ha risolto la diatriba legale collegata al caso Dj Fabo dove vedeva Marco Cappato accusato di istigazione al suicidio (clicca qui per l’intervista de L’Ora D’Aria a Cappato).

Questa conclusione lascia in Italia un vuoto normativo, senza una legge chiara e precisa non potremmo mai avere una disciplina completa a riguardo che possa ordinare il caos che si genererebbe da questa sentenza. Questo però non è il luogo per addentrarsi nelle questioni legislative e giuridiche del tema.

Qualche settimana fa entrai in un negozio di libri usati e mi imbattei nel libro “Antiche come le montagne” di Gandhi. Un testo complesso per i temi trattati ma che ci aiuta a capire e distinguere meglio diversi temi inerenti al dualismo tra violenza (o meglio alla hiṃsā) e non-violenza (ahiṃsā). Nel libro si racconta di un vitello che in preda ad agonia e sofferenze causate da un male incurabile viene ucciso. Nella lettura gandhiana della vicenda, equiparando l’animale all’uomo, si applica questo atto sicuramente di primo impatto violento alla natura umana. Ove ci fosse l’impossibilità di salvare un individuo da una malattia incurabile è violenza o non-violenza porre fine alla sua vita? In quel caso, scrive, “il chirurgo pratica la più pura
ahiṃsā“, come egli cura le persone malate esso può alleviare il dolore da chi soffre. Quell’agire che solitamente sottostà al separare il corpo dalla parte malata, con lo stesso coltello il medico separa l’anima dal corpo che ne è “strumento di tortura”. In ambe due i casi si tende alla liberazione dell’anima dal dolore, “il corpo senza vita incapace di sentire sia gioia che dolore”.

Dopo aver scomodato il personaggio storico importante per le sue lotte non-violente, servirebbe in un paese vecchio culturalmente come il nostro smuovere la coscienza delle persone che ancora ritengono che uccidere, perché di questo comunque si tratta, un malato in balia di infiniti dolori è l’essenza di un atto non-violento. Quel che è vera violenza è tenere un individuo in ostaggio del suo corpo, della sua malattia.

Pochi giorni fa è uscito un sondaggio dal quale si evinceva come la stragrande maggioranza (89%) degli italiani fosse d’accordo per una legge sull’eutanasia. Proviamo però a concentrarci sull’11%. Innanzitutto si può facilmente comprendere che trattandosi di sondaggio il campione è sicuramente inferiore all’intera popolazione italiana. Ma assumiamo il fatto che questa percentuale sia vera, stiamo comunque parlando di circa 6 milioni di persone. Assumendo poi il fatto che molti dei nostri parlamentari siano dentro questi 6 milioni, altrimenti una legge sull’eutanasia sarebbe già stata votata, come si può convincere una persona che è necessaria una norma che regolarizzi una scelta presa con coscienza e responsabilità? Sembra molto facile cadere nel “lasciateci essere liberi di decidere del nostro destino”, questo è sicuramente innegabile. Ma andrebbe fatto un passo oltre. Si deve diffondere la cultura della non-violenza, della quale spesso ci si riempe la bocca, e praticarla in termini di contrasto ad una violenza artificiale fatta in un letto d’ospedale con un tubo in bocca. Quando finalmente riusciremo a convincere i 915 membri di Camera e Senato facenti parte di quei 6 milioni di nostri concittadini probabilmente avremo fatto come esseri viventi la miglior azione non-violenta della Repubblica Italiana.

Matteo Abbà

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