La Rete, strumento del potere 2.0

Facebookgoogle_plusinstagrammail

Tweet di Salvini, contro-tweet di Matteo Renzi e tweet di Luigi di Maio. Quante volte ci siamo imbattuti in post dei vari leader politici italiani? Tante, forse anche troppe. L’egemonia del nuovo politichese in 140 caratteri e in brevi dirette Facebook ha ormai il pieno controllo del dibattito politico del panorama italiano. Ma ci siamo mai chiesti da dove derivi ciò? O meglio, verso quale genere di dibattito politico ci si sta spostando?

Qualche mese fa, aprendo l’allora sito web di riferimento del M5S (www.beppegrillo.it) si poteva notare questa espressione sotto il logo del partito: «non riceve alcun finanziamento pubblico». Continuando la navigazione nel blog ci si poteva imbattere, visitando specificatamente la sezione “Regolamento”, in quest’altra espressione: «Il MoVimento 5 Stelle è una libera associazione di cittadini. Non è un partito politico nè si intende che lo diventi in futuro. Non ideologie di sinistra o di destra, ma idee. Vuole realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità dei cittadini il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.»

Queste due formule ci aiutano a comprendere meglio come in poche righe si riesca ad attrarre gli elettori ed a creare quel senso di appartenenza di chi si sente tradito dalle istituzioni, o più in generale dall’establishment. Ci si allontana dalla partitocrazia facendo notare all’utente che il movimento “non è come loro”; il popolo non è più governato da pochi, essi possono decidere democraticamente e partecipare attivamente (ad esempio attraverso votazioni online) su temi riguardanti l’economia, la politica e altre tematiche discusse quotidianamente dagli iscritti al blog. Con questo sistema emerge il filo diretto tra “il capo” e il popolo, al di là delle mediazioni sociali ed istituzionali. Il popolo che prima chiedeva una qualche soluzione all’establishment, incapace di darne, ne è all’improvviso protagonista, anche con un semplice post su qualche social.

La partecipazione digitale rende il processo più semplice rispetto alla classica militanza politica, basti avere un accesso ad Internet e si è travolti da un senso di appartenenza al movimento, stimolato dalle continue discussioni sui vari temi di attualità alimentate all’interno non solo del blog ma anche presso i social network che non sono più un luogo di “condivisione di esperienze” ma bensì sono diventati la piazza dove fino a qualche anno fa la domenica pomeriggio si potevano incontrare i gazebo dei vari partiti politici.

La digitalizzazione ha facilitato il contatto tra le persone in termini di accorciamento delle distanze: quella che era prima la piazza di paese per la quale passavano si e no un migliaio di persone ora è diventata “Piazza Italia” (vedendola in ottica internazionale anche “Piazza Mondo”); la piazza è aperta a chiunque, dall’operaio al calzolaio, passando dall’insegnante all’avvocato. Non è un caso che, proprio la Rete, diventi lo strumento di quella concezione della democrazia diretta come antidoto al potere della casta e come correttivo ai difetti della democrazia rappresentativa.

L’esaltazione della Rete rientra, dunque, nello schema populista dal momento che rende possibile la comunicazione orizzontale, imponendo un “faccia-a-faccia” agli interlocutori di ogni ordine e grado. La rete è il luogo naturale e l’ambiente ideale per rivoluzionare il modo di fare politica e testare nuove forme di democrazia diretta. Essa permette a qualsiasi utente di esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento e di diffondere un’informazione alternativa ai media ufficiali (rischiando di cadere nella trappola “fake news”).

Il nemico della piazza, come nelle migliori tradizioni populiste, è la classe dirigente, quell’insieme di politici di professione, burocrati, tecnocrati e intellettuali che hanno affossato l’Italia. L’elemento di discontinuità rispetto al passato è rappresentato dal fatto che tra i nemici i canali pentastellati annoverano anche la stampa e, più in generale, i giornalisti. Non mancano, infatti, attacchi ai giornali e alla televisione, in particolar modo alla RAI, ritenuta per anni serva della politica ed incapace di adempiere al proprio compito di “servizio pubblico”. L’informazione quindi sarebbe parte integrante del sistema da distruggere perché asservita al potere costituito: in questa direzione acquistano senso e rilievo le battaglie contro i finanziamenti pubblici ai giornali e alle radio (basti ricordare la vicenda legata a Radio Radicale) e a favore dell’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti. L’alternativa è, di conseguenza, rappresentata dall’uso e dal ricorso alla rete, l’unica in grado di fornire notizie trasparenti e attendibili. Questo è possibile grazie al nuovo grado di disintermediazione garantito da Internet: non c’è più necessità di affidarsi alle parole di giornalisti o, più genericamente, di intermediari per avere un rapporto diretto con il popolo.

Quello che è l’esempio classico di Rete come strumento di veicolazione del potere deve illuminarci su un grande problema che è ancor più evidente dopo le elezioni del 2018. La legittimazione di tale potere, o meglio ancora il consenso popolare senza alcun filtro. Perchè il vero problema della classe politica italiana è associabile all’auto-legittimazione dell’e-taliano, il nuovo cittadino di un’Italia 2.0 senza regole e vittima di una libertà di espressione confusa con la legittimazione di ritenersi ad esempio medici senza la minima conoscenza di cosa sia un banale stetoscopio. Le opportunità che la Rete può e potrebbe offrire non sono minimamente da mettere in discussione, con un paio di click posso, ad esempio, avere notizie di ciò che accade dall’altra parte del globo; ma il presente della Rete è anche quella masnada di utenza che scarica la propria bile contro un nemico identificato da tag e slogan, con una classe dirigente che di questa bile si nutre. Sappiamo tutti poi, dopo diversi mojito, dove finisce tutta questa bile.

Matteo Abbà

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *