C’era una volta a… Hollywood – Tre considerazioni a quattro mani

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La nuova fatica di Quentin Tarantino ha lasciato sicuramente il segno nell’opinione degli appassionati, sia nel bene che nel male: c’è chi ha gridato al capolavoro, chi ha dato un giudizio tiepido e chi l’ha stroncato malamente, definendolo come poco in linea con il resto della filmografia del re del postmoderno. In questo commento-recensione vogliamo tirare le fila del discorso e dare il nostro parere su una delle pellicole più chiacchierate della stagione.

La Storia dietro alla storia

Partiamo dal principio. C’era una volta a… Hollywood nasce sicuramente con alla base un fatto storico ben preciso, quella della nascita della New Hollywood. Non a caso proprio il 1969 è considerato anche nei manuali di storia del cinema come l’anno simbolo di questa nuova attitudine della settima arte, segnata dall’uscita in sala di pellicole come Easy Rider di Dennis Hopper, Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah e altre ancora che portarono un grande rinnovamento finanziario e produttivo. La New Hollywood infatti nacque in seguito alla crisi che investì il cinema americano negli anni ’60 dovuta all’arrivo della televisione (che attirò un gran numero di spettatori) e al successo crescente delle produzioni europee come quelle italiane (commedia all’italiana e spaghetti western) e francesi (Nouvelle Vague). Questa rivoluzione all’interno del cinema viene rispecchiata in particolar modo dalla figura di Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) che dopo anni di produzioni western soprattutto televisive, si ritrova sull’orlo del fallimento e completamente insicuro sulla sua carriera. L’attore sarà costretto a reinventarsi e a ripiegare, malvolentieri, sulle produzioni italiane, in quegli anni all’apice del successo (basti pensare che Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone era uscito solo tre anni prima). A riprova di ciò sta la lunga sequenza in cui vengono rievocati nomi di registi italiani carismatici come Sergio Corbucci, Antonio Margheriti e Giulio Ferroni con relativi film. Dalton incarna la figura di chi non sa adattarsi al nuovo (finché non è proprio costretto a farlo), verso il quale non nutre alcuna simpatia: tanto che, per lui, apostrofare qualcuno come “Dennis Hopper” è un vero insulto. Altra figura importante, probabilmente vera e propria personificazione del 1969 hollywoodiano, è Sharon Tate (Margot Robbie), tristemente famosa per il suo brutale assassinio da parte di Charles Manson e della sua gang. Sharon, con la sua purezza e speranza per il futuro (era un’attrice agli esordi e moglie di uno dei registi più influenti di quegli anni, Roman Polanski), è l’ultima propaggine di un cinema che ormai stava lentamente scomparendo e la sua morte simboleggia per questo la fine di un’epoca d’oro.

Volti noti a Hollywood

Nonostante il vero protagonista del film sia indubbiamente Hollywood, le vicende narrate ruotano intorno a quelli che potremmo definire i nostri tre protagonisti. Leonardo di Caprio interpreta il già citato attore Rick Dalton, dimostrando per l’ennesima volta la sua capacità di immergersi totalmente nel personaggio, esprimendo in maniera più che eloquente le contraddizioni di una stella del cinema in declino, al punto della doppia personalità. È un’interpretazione che può divertire lo spettatore (stupende le sfuriate di Rick contro se stesso quando l’alcolismo interferisce con il suo lavoro) senza per questo trascurare il dramma personale di una figura certamente non virtuosa, ma tra le più “positive”, forse, dell’universo tarantiniano. Altrettanto positiva è l’amicizia di Dalton con la sua controfigura Cliff Booth, magistralmente portata in vita da un Brad Pitt in ottima forma. Booth (“poco più che un fratello, poco meno che una moglie” per Dalton) è il risultato del giocare di Quentin con lo stereotipo del duro dal cuore tenero, leale e a suo modo premuroso nei confronti degli amici, assolutamente non invidioso del ricco Dalton a cui fa praticamente da balia, ma che certo non si tira indietro quando si tratta di riempire di botte qualcuno. Una performance, quella dei due, brillante e spassosa, in grado di dare vita e spessore a quella che a conti fatti è una successione di “giorni qualunque” in quel di Hollywood.
Discorso a parte per Margot Robbie, che interpreta Sharon Tate: a differenza di quanto si potrebbe pensare, le sue apparizioni non sono poi molte nel corso della pellicola e non sarebbe strano credere che, data la sua bravura, l’attrice ne risulti quindi piuttosto sacrificata. Da un altro punto di vista, però, il personaggio di Tate qui è simbolo vivente dell’amore di Tarantino per il cinema e specificamente per quell’epoca nella storia del cinema: le scene che la vedono protagonista sono di una tenerezza che stranisce, considerando il regista di cui parliamo, ma proprio per questo risultano ancora più d’impatto. Robbie eleva il “tributo” all’ennesima potenza, con un’interpretazione fantastica e dolcissima, ennesimo monito verso coloro (ma ne esistono ancora? Speriamo di no) che si fermano in lei alla bellezza disarmante, senza considerarne le doti attoriali.

Why we love Quentin

C’era una volta a… Hollywood è un film che, pur nell’apprezzamento generale, ha suscitato pareri contrastanti nel pubblico. La critica che abbiamo più spesso letto in giro è che “non è un film di Tarantino”, che è “troppo lento”, oppure (un grande classico) che “non ha una trama”. La cosa ci stupisce, perché in questo film non esitiamo a riconoscere Tarantino al 100%; il fatto poi che questa pellicola sia tenera, a suo modo “romantica”, non deriva solo dal fatto che Quentin abbia ormai diversi anni sulle spalle, bensì dalla sua volontà di giocare con elementi che hanno sempre fatto parte del suo stile, solo in diverse proporzioni. Quanti hanno detto di The Hateful Eight “non è un film di Tarantino”? Immaginiamo pochi, a causa della violenza fuori scala dell’opera, ma un appassionato del regista non dovrebbe fermarsi a questo aspetto come cifra stilistica tarantiniana. The Hateful Eight era quasi totalmente privo di levità, dei classici dialoghi terra terra o nonsense, di divertenti assurdità: ce n’erano, ma in piccola parte. C’era una volta… è esattamente il contrario: c’è la violenza, l’elemento pulp, ma a piccole dosi (anzi, Tarantino si prende bonariamente gioco dello spettatore con una scena che è un crescendo continuo di tensione, salvo risolversi in un nulla di fatto), mentre il focus è chiaramente sulla quotidianità vissuta da personaggi eccentrici e stravaganti, sull’attenzione al dettaglio per il setting che diventa personaggio a se stante. Non manca il citazionismo: fittissimi (forse anche più del solito) i richiami ad altri film, sia suoi (il set western è lo stesso di Django Unchained e l’aeroporto lo stesso di Jackie Brown) sia di quei tempi (C’era una volta in America, La notte dei morti viventi e i film di Bruce Lee); e che dire, poi, degli immancabili “shot” ai piedi femminili? Tutto, ovviamente, a vantaggio di quello che Tarantino ha voluto fare: rendere omaggio, alla sua maniera, alla propria grande passione. Ha importanza, poi, se non possiamo agevolmente riassumere la “trama” del film? Nemmeno l’amatissimo Pulp Fiction aveva una “trama”, era una sequenza di episodi tra l’altro cronologicamente disordinati: chi potrebbe riassumere la “trama” di Pulp Fiction senza travisarne del tutto l’essenza? È un approccio che può non piacere, ma rassicuratevi: Quentin Tarantino sa sempre, molto bene, quello che sta facendo. A nostro avviso, non credo potremmo averne mai abbastanza.

Arianna Dornetti, Federico Arata

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