“Prof, ma a cosa serve studiare storia?”

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Se dieci anni fa mi avessero detto che avrei dovuto far appassionare alla storia una settantina di ragazzini di età compresa tra gli undici e i tredici anni non ci avrei mai creduto. Dieci anni fa pensavo di voler continuare il mio percorso nello studio delle lingue straniere, qualche anno dopo ho iniziato a pensare all’insegnamento: mi immaginavo dietro la cattedra di un liceo, intenta a snocciolare dati sulla vita di Leopardi o a tradurre un passo delle Metamorfosi ovidiane. Invece il destino ha deciso diversamente per me – almeno per ora – e a maggio ho varcato per la prima volta la porta di una classe di ragazzini di undici anni.

L’impatto, per me, è stato fortissimo. La triennale e, ancora di più, la magistrale mi hanno allontanato da un mondo scolastico che non mi apparteneva più. Leggevo il manuale dei ragazzi e mi chiedevo perché dovessi saltare dei tasselli fondamentali di epoche meravigliose, perché dovessi semplificare degli aspetti complessi riducendoli a una successione di eventi.

Poi sono entrata in classe e ho capito che la storia sarebbe stata l’ultima dei miei problemi. C’erano i ragazzi come singoli, c’era un gruppo da gestire, c’era l’educazione, c’era la burocrazia, maledetta burocrazia, c’erano i colleghi, c’erano le competenze e le conoscenze, c’era l’orientamento e le giustificazioni e i contratti in scadenza e imparare a imparare e i pianti e le uscite formative. E la storia? L’idea di entrare in classe, aprire il libro e leggere i paragrafi mi disgustava; mi sono catapultata di nuovo dietro a quei banchi, al tempo della scuola media, quando le lezioni si riducevano a un “leggi e studia a casa”. Perché avrei dovuto semplificare? Perché avrei dovuto eliminare dei tasselli?

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Quando ancora erano permesse le punizioni corporali…

Di fronte agli “ioioioio” e alle mani alzate in attesa di un mio cenno per poter leggere, ho scelto di fermarmi e riempire la lavagna con le idee degli studenti su un argomento lontanissimo dalla loro quotidianità; ho scelto di farli ragionare sulle fonti in apertura di ciascun argomento; ho fatto tirare una bella riga su “nel Medioevo, i Comuni si sviluppano anche in Europa, non solo in Italia”, perché va bene semplificare, ma non va bene insegnare il falso; ho presentato gli aspetti giudicati negativi, ma anche quelli positivi di figure complesse come quella di Napoleone; ho chiesto ai ragazzi perché gli storici tedeschi parlano di migrazioni germaniche e non di invasioni barbariche. Ho scelto, insomma, di non eliminare totalmente il mio vissuto recente e l’ho portato a scuola, tra i ragazzini di undici, dodici, tredici anni perché potessero ragionare sul passato, perché mi aiutassero a rendere meno sbiadito ciò che avevo amato ogni giorno per anni.

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Ogni tanto i libri sono fatti bene.

Oggi insegno ancora in quella scuola; a settembre ho trovato studenti conosciuti e studenti nuovi, molti di loro, con aria infastidita e sbuffando, mi hanno subito chiesto a cosa servisse studiare storia. Nel corso di questo mese uno di loro, dopo una lezione sulla diffusione del Cristianesimo e un approfondimento sulla basilica di Sant’Ambrogio, mi ha portato una moneta della diocesi di Milano, con impresso il santo, per mostrarla alla classe. Nella mia vecchia seconda un gruppo di ragazzi ha esposto con entusiasmo una ricerca su Barbarossa, corredata da immagini e da un video in cui due di loro si fingevano Piero e Alberto Angela. In una ben più difficoltosa terza, un gruppo di ragazze mi ha chiesto di poter approfondire la figura di Paolina Bonaparte mentre interrogavo i compagni perché avevano studiato un quadro che la rappresenta durante le lezioni di arte.

C’è ancora molto da fare, da imparare ma, per ora, con la mia poca esperienza, mi basta questo. Intanto mi accontento del fatto che i ragazzi mi chiedano meno di frequente a cosa serva studiare storia.

Daniela Marchesetti

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