Joker. Tanto fumo e niente arrosto

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Il Joker di Joaquin Phoenix: è questo l’aspetto che ha reso l’ultimo film di Todd Phillips (regista di “Road trip”, “Una notte da leoni” e “Parto Col Folle”) uno dei trend topic dell’ultimo periodo. C’è chi a gran voce gli consegnava già un Oscar brevi manu. Chi grida alla genialità, al capolavoro. 

Il mito che accompagna il personaggio protagonista del film, un super criminale con le sembianze di un clown malvagio capace di minare le fondamenta della società moderna, è ormai consolidato nella nostra cultura. Dagli splendidi cartoni animati, all’infinito Nicholson, per arrivare alla definitiva consacrazione con il compianto Ledger (sostenuto magistralmente da Nolan e il suo team), il pagliaccio, che si discosta da quello ultraterreno dipinto da King, diventa tangibile e brillante metafora del rifiuto della società, dei luoghi d’aiuto che diventano prigione, della malattia mentale, dei meandri bui della psiche umana, che non ha bisogno di forze sovrannaturali per degenerare nel male. Con un lucido obiettivo: la distruzione di quella stessa società (e umanità) che lo ha reso quello che è. 

Questo è il Joker.

Non che Phillips non ci provi. A riuscirci è soprattutto Phoenix che riesce a regalare, nei rari casi in cui è sorretto dalla sceneggiatura e dalla macchina da presa, umanità e poesia. Perché proprio questa sarebbe la chiave del capolavoro. E Phoenix lo sa. Geniale sarebbe stato scardinare la figura del capo criminale capace di stragi e piani macchinosi e mostrare un essere veramente umano, inetto, debole, splendidamente sensibile e fragile, in un contesto odierno e reale – e non in un mondo fantastico che è mix tra uno contemporaneo e uno fumettistico dai contorni anni ’80. Ma l’attore predica nel deserto: regista e sceneggiatori e il cast tutto non viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda

La fotografia saturata, le ambientazioni cupe, le musiche tragiche e angoscianti, non fanno altro che aumentare il carico di pesantezza su una sceneggiatura che continua a ribaltarsi e tornare su sé stessa; sulle sfortune del protagonista, sul suo disagio, la cui causa il film insegue noiosamente e incoerentemente in un’incessante mostra delle sfortune di un personaggio che perde tremendamente di tangibilità, di umanità, smarrendo la connessione fondamentale che ci serve per creare un’empatia, che invece l’attore ricerca con una delicatezza che annega in un mare di confusione. 

La confusione che nasce da un rapporto strambo e a tratti incestuoso con la madre demente, dai rifiuti gratuiti che il mondo intero sbatte in faccia al protagonista e allo stesso spettatore, che si ritrova lanciato in un vortice depresso di sfortune che Arthur Fleck (Joker) subisce in un’oscillazione tra la totale impotenza e improvvisi (nonché sconclusionati) atti di violenza iperbolica. Atti che sembrano non influire minimamente su di un personaggio che non dà l’idea di avere la minima evoluzione nell’arco delle due ore: egli procede dritto come una cometa verso un finale dal dubbio gusto e che strizza l’occhio alla faciloneria della rivolta fine a sé stessa. 

Il film non si sbilancia mai, se non in modi che lo portano a crollare su sé stesso: non è vero prequel del fumetto, non si aggancia alla saga più recente, non soverchia nemmeno le aspettative, rimanendo di fatto una cosa a metà. Il regista pecca d’audacia e manca il vero coupe de théâtre: distaccarsi dalla storia conosciuta, sconvolgendo le aspettative e servendosi solo di ciò che il Joker rappresenta per raccontarci quanta fragilità e devastante dolore si possano talvolta nascondere dietro ad un gesto violento. 

Per questo il film è una grossa occasione mancata. Ed altrettanto ingiustificato è il clamore che lo accompagna. 

In un periodo in cui un cinema ormai schiavo dei blockbuster dai grandi incassi si sente tremendamente minacciato dalle serie tv, in un periodo in cui lo spettatore diventa sempre meno sofisticato e più polarizzato nei gusti, le grandi produzioni puntano a prodotti carenti in complessità, con ingredienti apprezzati dai più e servendosi di una violenza fine a sé stessa. Dimenticandosi di quell’originalità in grado di regalarci i veri capolavori. E della poesia, che è il cuore dell’arte. 

Pietro Arcelloni

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