Globalizzazione, gioventù e Pasolini

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Globalizzazione, liberismo, neoliberismo. Quante volte politici e giornalisti si sono riempiti di queste parole? Ma soprattutto, la società dei consumi, legata indissolubilmente ai concetti prima elencati, come va interpretata?

La riflessione pasoliniana sul potere dei consumi e quali attori possono essere squali in un oceano così ricco di possibilità d’azione ci aiuta per una lettura approfondita del tema. Pier Paolo Pasolini si è sempre considerato molto ostile alla spinta della “nuova gioventù” ponte tra gli anni 60 e 70, vittima del sistema del potere dei consumi. Nel suo romanzo incompiuto “Petrolio” è presente la trattazione di un argomento sentito in modo particolare dal regista emiliano: l’omologazione della gioventù e del sottoproletariato all’ideologia e ai costumi della borghesia e l’accettazione da parte di questi del consumismo capitalista. Verso la fine degli anni Sessanta i giovani invece di farsi portatori di un messaggio rivoluzionario e di giustizia si sono lasciati assimilare, assieme alla loro cultura, dal conformismo neo-borghese.

La borghesizzazione, la massificazione della cultura, si trascinano dietro la perdita del valore di qualsiasi forma di diversità a vantaggio di una omologazione sociale. La critica pasoliniana è particolarmente dura nei confronti della gioventù, in essa infatti riponeva le speranze di un rinnovamento sociale che agli occhi di Pasolini era strettamente necessario. Troviamo esempi di questa antipatia per i nuovi ragazzi in varie parti di Petrolio, come nella lunga allegoria de “Il Merda” o nel brano seguente: “le persone che passavano davanti a Carlo erano dei miseri cittadini ormai presi nell’orbita dell’angoscia e del benessere, corrotti e distrutti dalle mille lire di più che una società “sviluppata” aveva infilato loro in saccoccia. […] I giovani avevano i capelli lunghi di tutti i giovani consumatori, con cernecchi e codine settecentesche, barbe carbonare, zazzere liberty; calzoni stretti che fasciavano miserandi coglioni. La loro aggressività, stupida e feroce, gli stringeva il cuore. […] Quella massa di gente sciamava per quella vecchia strada senza il minimo prestigio fisico, anzi fisicamente penosa e disgustosa. Erano dei piccoli borghesi senza destino, messi ai margini della storia del mondo, nel momento stesso in cui venivano omologati a tutti gli altri”.

Il pensiero pasoliniano ha un fondo di verità e non possiamo negare quanto lui affermava pochi anni prima della sua morte; nel suo contesto storico-sociale Pasolini definisce la società del potere dei consumi come un regime democratico che ha abbattuto le varie realtà particolari, togliendo realtà al vario modo di essere uomini e donne che l’Italia aveva in qualche modo differenziato. Così quella che è stata un’esplosione di soggettività carica di potenza è stata istituzionalizzata dalla vita sociale. Eco di questo processo lo vediamo nei giorni nostri, l’eccentricità nell’accezione di azione di Hannah Arendt è stata pilotata dalla politica consumeristica del capitalismo moderno. Quell’idea di individualismo che è stata erroneamente tradotta dal liberismo classico al neoliberismo è stata carne per squali. Basti pensare, ad esempio, ai pubblicitari che guidano le logiche di accesso a beni e servizi dei consumatori.

In aiuto ci viene incontro il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman che nel suo lavoro “Lavoro, consumismo e nuove povertà” ha discusso di quanto anticipato: “Se la società dei produttori è per sua natura platonica, alla ricerca delle regole e dei modelli ultimi di tutte le cose, quella dei consumatori è aristotelica, ovverosia pragmatica, flessibile, fondata sul principio che non ci si deve preoccupare troppo presto (ma nemmeno troppo tardi) di attraversare il ponte prima di esserci arrivati vicino. L’unica iniziativa lasciata a un consumatore consapevole è quella di trovarsi nel luogo in cui le occasioni non mancano e nel momento in cui se ne offrono di più. Ma questa può ispirarsi soltanto a una saggezza basata sulla fronesi, ovvero su una serie di regole pratiche, non su algoritmi o criteri rigorosi. Richiede pertanto molta fiducia e soprattutto una solida base a cui poterla ancorare. Non stupisce quindi se la società dei consumi è anche un paradiso dei consulenti e dei pubblicitari, oltreché un fertile terreno per i profeti, gli indovini o gli spacciatori di pozioni magiche o di pietre filosofali”.

Evidentemente fondamentale risulta nella fase neoliberista l’idea sessantottina della libertà di poter scegliere, di un aumento di possibilità. Questo fenomeno nella moderna globalizzazione ha moltiplicato la capacità di azione per milioni di individui in tutto il mondo; vi è stata una vera e propria esplosione di eccentricità. La libertà di scelta è quindi il primo e fondamentale potere di chi consuma fin dagli albori della società dei consumi. Ma quanto era realmente libera questa scelta? Il consumatore era vittima della spettacolarizzazione della pubblicità, era visto come una sorta di bambino da “stupire” da parte della grande distribuzione o da proteggere da parte dei moralisti. A questi ultimi infatti le nuove forme di distribuzione apparivano un potenziale pericolo per la moralità delle famiglie e dei bilanci familiari. E la tendenza a voler preservare da sé stesso il consumatore, quasi fosse un “minore” sembra riaffiorare ogni qualvolta la società dei consumi compie un salto in avanti. Come non leggere in questo modo le lunghe discussioni sull’opportunità di introdurre o meno la televisione a colori in Italia? E in condizione di “minorità” il consumatore appare anche a chi polemizza con il potere dei marchi e delle mode, eterna discussione sul potere dei “persuasori occulti” che con l’ingresso nell’era della televisione ha trovato nuova linfa10. È evidente che in queste critiche c’è un fondo di verità. Il consumatore, come individuo ex-centrico e capace di agire, esercita la sua libertà di scelta all’interno di uno paniere di beni che gli vengono offerti dal mondo della produzione e la orienta sulla base di informazioni veicolate dai canali pubblicitari. Ma è anche vero che il destinatario dei messaggi pubblicitari non è una massa argillosa plasmabile a piacimento dai media. A difesa della libertà del consumatore operano anche canali informali come il consiglio per l’acquisto da parte di amici o conoscenti, anche se in forma ridotta. Sotto questo profilo dunque la sovranità del consumatore è in qualche modo una sovranità limitata, ma vi è pur sempre un’effettiva possibilità di scelta. E la presenza di vincoli a questa possibilità di scelta appare come un attentato a tale sovranità. La società in cui viviamo si è basata su un consumismo in cui i singoli individui sono liberi sicuramente di scegliere ma vi è anche una capacità di azione inconsciamente ed inconsapevolmente indirizzata ad un consumerismo folle ed inarrestabile che, insieme ai processi di globalizzazione, forma i pilastri del sistema tecnico in cui la società è immersa.

Matteo Abbà

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