La scienza di salvare l’arte

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Ci direbbero che con tutta la gente che muore chi se ne frega dell’arte? Ma sbagliano perché è per questo che noi combattiamo: per la nostra cultura e per il nostro stile di vita. Puoi sterminare una generazione di persone, radere al suolo le loro case e troveranno una via di ritorno, ma se distruggi i loro conseguimenti e la loro storia è come se non fossero mai esistite.

dal film “Monument’s men”

Monument’s men, film da cui è tratta la citazione, racconta la vera storia di alcuni soldati che durante la Seconda Guerra Mondiale si occuparono, anche a costo della vita, al recupero delle opere d’arte che i Nazisti sottraevano illecitamente per poi nasconderle in Germania. Il depauperamento culturale e artistico voluto da Hitler era volto alla costruzione della sua galleria d’arte, il Fürermuseum.

Gli uomini e le donne di potere sanno da sempre che l’arte è una arma efficace per la loro ascesa e, soprattutto, per consolidare il consenso da parte del popolo. Nella storia, dunque, è frequente trovare grandi mecenati o predatori di ricchezze artistiche, il cui unico intento era quello di consacrarsi come leader politici sostenuti dal possesso di inestimabili ricchezze culturali. Oggi, però, è ben chiaro come l’arte debba essere patrimonio mondiale, come d’altronde ci suggerisce l’UNESCO con la tutela dei siti che sono, per l’appunto, patrimonio dell’Umanità.

È di pochi giorni fa la notizia che l’esercito americano istituirà una task force adibita al controllo dei beni culturali nelle zone di guerra, onde evitare quello che è già accaduto in passato con la martoriata Palmira o con la distruzione dei Buddha di Bamiyan distrutti dai Talebani nel 2001. In sostanza, si tratta dei Monument’s men del 2019.

Ancora oggi, dunque, si può dire che distruggendo l’arte si annienta anche un popolo intero? Sì, senza dubbio.

Vista di Venezia, una delle città più ricche di Beni Culturali, il cui patrimonio è costantemente minacciato da difficili condizioni di conservazione.

Tuttavia il problema della conservazione dei nostri Beni Culturali non si esaurisce solamente nella tutela da azioni vandalistiche o in contesti di guerra che sicuramente attraggono l’attenzione per drammaticità del loro contesto. Preservare la memoria attraverso la tutela del Patrimonio è una azione che andrebbe effettuata giornalmente e la sensibilizzazione verso questo argomento è ancora molto scarsa. Eppure, anche la ricerca scientifica si sta sempre di più interessando alla salvaguardia dei Beni Culturali. Questo perché le nostre opere d’arte sono minacciate non solo dal passare del tempo, ma anche da eventi naturali, terremoti o inondazioni, come ci hanno ricordato i recenti e tragici fatti di Venezia.

L’interazione tra il materiale e l’ambiente causa l’invecchiamento dell’opera ed il problema si aggrava quando parliamo di un affresco o di una tela pittorica, su cui il pittore ha impresso un messaggio artistico ben definito e che potrebbe essere cancellato per sempre. Se si considera il contatto prolungato con l’acqua, come è accade oramai troppo frequentemente a Venezia, il danno è quasi irreparabile. Fortunatamente oggi c’è un insospettabile alleato nella continua lotta per la conservazione e valorizzazione dell’arte: la scienza.

L’applicazione di metodi tradizionalmente impiegati in ambiti prettamente scientifici ha aiutato enormemente lo studio e tutela di opere come il Giudizio Universale (1535-1541, Michelangelo), l’Ultima Cena (1494-1498, Leonardo da Vinci) o la ragazza con l’orecchino di perla (1665-1666, Veermer). Allo stesso modo, si possono analizzare oggetti rinvenuti in contesti archeologici (ceramiche, monete, armi) per investigare sulla loro provenienza e ricostruire la storia del loro utilizzo. Le tecniche a disposizione sono molte e possono dare le informazioni più svariate: composizione superficiale, alterazione dei composti, struttura interna. La caratterizzazione del materiale permette di comprendere quali prodotti di degrado si sono formati e quali si potrebbero formare a seconda dell’ambiente in cui il Bene Culturale si trova. Si prediligono certamente le tecniche non invasive e non distruttive, ovvero analisi che evitano di campionare il materiale o che ne causino una rilevante alterazione: basti pensare che persino un fascio di luce solare può provocare danni su una superficie artistica, come nel caso della foto ossidazione dei pigmenti e il loro viraggio di colore.

Gli scienziati dell’arte potrebbero essere paragonati ai medici che si occupano di pazienti davvero speciali e che devono essere curati considerando tutte le limitazioni imposte dalla loro intrinseca preziosità. Ci sono esempi illustri in cui la scienza ha contributo a far luce su reperti archeologici di immenso valore, non ultimo il caso dei papiri di Ercolano. In questa particolare ricerca, per esempio, una tecnica chiamata hyperspectral imaging ha permesso di leggere la Storia dell’Accademia di Filodemo di Gadara (110-40 a.C.) da un rotolo completamente carbonizzato.

Chiaramente quando ci si approccia allo studio scientifico dei Beni Culturali è necessaria una preparazione, spesso sottovalutata, che spazi da conoscenze scientifiche all’etica del restauro. In Italia la figura del conservatore scientifico, ovvero il conservation scientist internazionale, è ancora poco conosciuta e c’è molta strada da fare perché diventi una realtà consolidata all’interno di istituzioni museali e nella ricerca prettamente scientifica.

Al giorno d’oggi disponiamo, quindi, di numerosi strumenti per preservare la memoria e permettere che le generazioni future fruiscano delle bellezze che abbiamo la fortuna di osservare tutt’oggi. Scienza e arte viaggiano sullo stesso binario e l’una ha bisogno dell’altra per conoscere più a fondo la nostra storia, difendendola dall’azione del tempo così come da quella dell’uomo, evitando di vanificare il sacrificio di uomini che hanno creduto davvero che preservare l’arte volesse dire salvare un popolo dall’eterno oblio. 

Francesca Di Turo

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