The Irishman

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I heard you paint houses. È la frase che in gergo criminale si utilizza per chiedere se l’interlocutore si occupa di affari sporchi. Il colore è solo il rosso, del sangue delle vittime, che viene schizzato sui muri a lasciare segno del passaggio di Frank Sheeran, protagonista (realmente esistito) di The Irishman, l’ultima fatica di Martin Scorsese. Perché proprio di fatica si può parlare, visto la lunga gestazione del film, cominciata dieci anni fa. Il periodo è stato funzionale anche ad attendere le tecnologie necessarie per il ringiovanimento degli attori principali, che assieme a Robert De Niro sono Joe Pesci (premio Oscar per Goodfellas) e Al Pacino

Il progetto fu ambizioso fin dal principio, nel budget (inizialmente stimato in 100 milioni di dollari, poi salito fino a 160) e nella totale autonomia artistica pretesa dal regista. 

Il soggetto è ispirato al libro di Charles Brandt, che narra della relazione intercorsa tra il killer e affarista della mafia italo americana Sheeran (De Niro) e “Jimmy” Hoffa (Pacino), che fu tra gli anni ’50 e ’60 famigerato presidente del gigantesco sindacato degli autotrasportatori negli USA. Salito al potere grazie all’appoggio della criminalità organizzata, Hoffa fu a suo tempo una delle figure chiave della cronaca americana, per il suo peso politico e per gli oscuri legami che gli costarono una condanna per corruzione e frode. Egli non è un personaggio casuale: è archetipo dell’uomo del popolo, amato, limpido per i più, oscuro per altri. Padre di famiglia e criminale ambivalente, mosso da quel senso per cui il male è necessario a compiere del bene. Nella vita politica così come in famiglia, quel “bonus pater” che nell’immaginario collettivo ha dei forti valori e un’etica personale responsabile, nel film diventa tremendamente ambiguo: si serve di quel principio fondamentale che è la protezione nei confronti dei propri cari e la perpetuazione della propria stirpe per commettere le peggiori nefandezze.

Fin dagli albori della sua cinquantennale carriera Scorsese ha voluto raccontare storie di strada, di violenza; di abbandono, di disfatta dell’umanità, esplorando il lato oscuro della società americana e la distorsione delle sue promesse di prosperità e democrazia sociale, mutate in prevaricazione nei confronti del prossimo. La società che ci dipinge è altresì permeata da un senso distorto nonché soffocante di comunità e famiglia che, pur richiamandone i simboli, poco si sposa con quella cristiana; e la cui fede ultima è il denaro e la perpetuazione del potere che intossica l’individuo, trascinato in un gioco pericoloso che non può che portare alla sconfitta.

The Irishman contiene tutto il bagaglio di temi cari al suo regista, cita Il Padrino e C’era una volta in America, rappresenta una summa non solo della filmografia scorsesiana, ma anche del suo genere. La sceneggiatura splendidamente scritta da Zaillian si radica nelle relazioni tra i personaggi e i significativi dialoghi. Non è mai scontata, è minimale nonostante la durata della pellicola. Ci mostra un’epopea criminale che soverchia audacemente il modo in cui Scorsese aveva trattato il tema in passato: i locali popolati da spogliarelliste, champagne e cocaina diventano locali anonimi e retrobotteghe. Le musiche, incessanti e trascinanti in altri film, in molte scene scompaiono lasciando posto al silenzio, agli sguardi. La voce narrante diventa marginale, dimessa come i personaggi. Le uccisioni vengono private della loro efferatezza, dei primi piani, degli spargimenti di sangue, delle suppliche e della componente morale: come anche nel Gomorra di Garrone, l’omicidio viene spogliato di qualsiasi trucco cinematografico e mostrato come mera azione. Non c’è spazio per il dolore, né da parte della vittima, né tanto meno del mandante.

La regia di Scorsese è puntuale, consapevole, lascia godere ogni inquadratura delle oltre centotrenta scene in cui si districa la narrazione. Gli attori sono magistrali anche nella loro austerità. Il regista ci regala tre ore di un “mafia movie” che resterà nel cuore e negli occhi di chi lo guarda, tra ambientazioni iconiche e una fotografia sublime. E infine mette a segno più che un coup de théâtre, un coup de cinéma. Scorsese ci ha sempre mostrato la parabola discendente dei suoi protagonisti: la disfatta umana (Jake La Motta in Raging Bull), la galera o la morte violenta. In un modo o nell’altro, il ciclo si chiude con la sconfitta. Egli stavolta spoglia con audacia i mafiosi della storia, liberandoli delle loro vesti di criminali: li mostra nella fragilità e inesorabilità della vecchiaia, del deperimento fisico e della morte. 

Il mondo dei protagonisti del film non viene distrutto dai processi, né tanto meno da una faida, ma viene spazzato via dal tempo. Essi scompaiono, uno dopo l’altro, strappati alla vita con la stessa calma che Frank esercita nel suo lavoro. 

I boss che ordivano trame e ordinavano omicidi si trasformano in giocatori di bocce che fanno fatica a muoversi in autonomia, imprigionati nei loro vecchi corpi e in galere che diventano ospizi. Muoiono inermi in stanze d’ospedale. Di fronte alla fine imminente di questi uomini malati e soli, le malefatte da loro commesse perdono qualsiasi significato. La morte, che qui il regista presenta con lucidità e inesorabilità, è un elemento che spezza lo schema del film, mostrandoci la banalità di un crimine silenziato in un tempo dimenticato

Scorsese ci prende per mano e guascone ci strizza l’occhio. Ci fa volare splendidamente nella sua epopea di uomini, onore, dovere, tradimento, superbia, rabbia. Poi ci riporta a terra, con la fermezza di chi è un maestro di vita oltre che di cinema. Lo spettatore resta affascinato e atterrito allo stesso tempo. Alla fine rimane silenzio in sala. Quello consapevole di aver assistito ad un capolavoro. Lo stesso che si rispetta in un solenne commiato alla propria esistenza; e al tempo, che rimane disperatamente l’unico freddo testimone, distaccato. Conscio del suo inesorabile abbattersi su tutto quel gridare e danzare.

Pietro Arcelloni

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