Il ruolo dell’estetica nei videogiochi

Facebookgoogle_plusinstagrammail

Una delle questioni più annose del panorama videoludico moderno è la (presunta) contrapposizione tra i “videogiochi di oggi” e i grandi “capolavori del passato”. Spesso capita infatti di leggere come i videogiochi “di una volta” fossero dei classici a tutto tondo, mentre i giochi moderni sarebbero esperienze senz’anima, che puntano tutto su un comparto visivo d’impatto offrendo un comparto ludico trito e banale. Pur non volendo entrare in questo spinoso dibattito (che spero, comunque, sia un gigantesco stereotipo per qualunque giocatore con un minimo di elasticità mentale), mi interessa approfondire la diffusa idea che vedrebbe l’estetica di un videogioco sempre subordinata alla sostanza, cioè al gameplay. Una precisazione appare necessaria: parlando di estetica, non mi riferisco alla grafica da un punto di vista tecnologico, ma alla componente stilistica di un videogioco. È questa che conferisce all’opera un’identità visuale ed è sempre questa che verrà presa in esame dopo anni, quando la tecnologia sarà ormai superata. Anche in virtù di questo fatto mi sento di rivendicare la piena dignità dell’estetica, che a seconda dei casi può avere un peso addirittura pari se non superiore a quello del gameplay. Così come delle pessime meccaniche di gioco sono da condannare anche nei titoli più splendidi visivamente, un’estetica insufficiente è sempre un difetto, persino nel gioco più divertente del mondo.

Nel panorama dei giochi più venduti (le produzioni ad alto budget, o “tripla A”) la raffinatezza tecnologica della grafica ha raggiunto lo stato dell’arte, permettendo agli sviluppatori di creare ambientazioni fotorealistiche di altissima qualità. Senza andare a finire nel ginepraio dei più celebri giochi multiplayer (per i quali entrerebbero in gioco numerosi altri fattori rendendo il discorso sin troppo complesso), un single player che si rispetti deve però farsi notare in qualche modo anche dal punto di vista stilistico. Uno dei maggiori esempi di successo, in questo senso, è Horizon: Zero Dawn che, seppure non innovativo nella formula, ha catturato milioni di giocatori grazie alla sua personalissima ambientazione preistorico-futuristica popolata da grandi bestie robotiche.
Se le meccaniche di gioco non fossero state realizzate con criterio, comunque, un superficiale appeal estetico non sarebbe bastato: è il caso di un grande flop di questa generazione di console, l’esclusiva Sony The Order: 1886. Il gioco vantava un’estetica steampunk ispiratissima che andava anche a pescare un po’ da The League of Extraordinary Gentlemen di Alan Moore, ma alla prova dei fatti si trattava di un banale sparatutto in terza persona ed il responso di critica e pubblica fu tiepido.
Lo stile da solo, dunque, non basta, ma è quantomeno un fattore da considerare: anche un titolo tutto sommato ben realizzato ludicamente, come Days Gone, è stato leggermente frenato in termini di risultati a causa della propria natura derivativa, anche nell’estetica che proponeva l’ennesimo gioco a tema “apocalisse zombie” senza particolari idee che lo differenziassero dalla massa. Infatti, sempre nell’inflazionato contesto delle epidemie globali, The Last of Us si è guadagnato lo status di indiscusso capolavoro abbinando una storia e dei personaggi di livello ad un gameplay ben fatto e ad un lavoro di design efficace e personale, tanto delle ambientazioni devastate che il giocatore visitava quanto dei vari tipi di infetti che popolavano il mondo di gioco (i Clicker sono diventati dei nemici iconici).
Appare comunque necessario tenere a mente che i giochi tripla A possono anche contare su una robusta campagna promozionale e di marketing in grado di spingere alla ribalta anche il titolo meno ispirato, se lo si sa presentare.

Il mondo di Horizon è estremamente personale
Il mondo di Horizon è estremamente personale

Se pensiamo agli indie, invece, il discorso cambia. Per sviluppatori indipendenti dalla limitata disponibilità finanziaria, l’estetica è un eccellente biglietto da visita per farsi notare nell’enorme calderone delle nuove uscite che quasi ogni giorno affollano i più utilizzati store digitali come Steam. Piaccia o no, in un mondo dove la concorrenza è tanto numerosa, delle buone idee sono fondamentali per farsi apprezzare, ma se non si cattura in qualche modo immediato l’attenzione dell’acquirente sarà difficile che qualcuno possa effettivamente provare il gioco e innescare così il meccanismo del passaparola. Cathedral è un buonissimo metroidvania ma, in due mesi e mezzo dall’uscita, ha racimolato meno di sessanta recensioni su Steam: perché? Probabilmente perché l’estetica del gioco ricorda in maniera quasi spudorata il ben più famoso Shovel Knight e trasmette quindi un’idea di scarsa personalità, il che sicuramente farà desistere la maggior parte degli acquirenti (a parte i più irriducibili cacciatori di indie) che tra i numerosissimi nuovi giochi indipendenti cercano qualcosa che li colpisca a prima vista.
Abbracciare un particolare stile visivo può anche aiutare a lasciare il segno in specifiche nicchie di pubblico: è il caso dei retro-FPS degli ultimi anni come Dusk e Ion Fury, rispettivamente con un’estetica retro ispirata a Quake e un motore grafico bidimensionale basato sullo storico Build Engine. Qui la scelta estetica porta con sé delle implicazioni sullo stile di gioco che il titolo probabilmente abbraccia, riuscendo così a farsi notare in modo molto naturale dagli appassionati del genere. Più lo stile del gioco è unico, più possibilità si hanno di farsi notare, ma come già detto a quel punto saranno il sistema di gioco, la trama e gli altri tipici fattori di valutazione a fare la differenza: un gioco splendido ma incredibilmente noioso difficilmente verrà consigliato a qualcun altro, una volta completato (sempre che non venga abbandonato prima).

Shovel Knight (sx) e Cathedral (dx) si assomigliano un po' troppo
Shovel Knight (sx) e Cathedral (dx) si assomigliano un po’ troppo

Ma l’estetica e il colpo d’occhio non hanno solo un valore superficiale o promozionale: danno il proprio meglio quando sinergizzano con le altre componenti del videogioco. La componente visiva è uno degli ingredienti più importanti per creare atmosfera: senza l’opprimente decadenza della città sottomarina di Rapture, difficilmente il primo Bioshock si sarebbe imposto con tanta potenza nei cuori degli appassionati. La scelta di un’estetica lo-fi portata all’estremo ha imposto agli sviluppatori degli horror atipici The Last Door e Faith (quest’ultimo completamente devoto all’estetica 8-bit più minimale) di trovare dei modi creativi e per questo ancora più memorabili di inquietare il giocatore, diventando così dei piccoli cult nelle proprie nicchie di riferimento. Le esperienze quasi mistiche e catartiche dei giochi del Team ICO o di Journey sarebbero state radicalmente diverse con uno stile più realistico e concreto, e così via. Le possibilità non finiscono qui e troviamo anche giochi come Okami, in cui lo splendido mondo di gioco realizzato come un dipinto giapponese è una tavolozza in cui il giocatore stesso può dipingere, creando e manipolando gli elementi ai propri desideri. Anche il recente Concrete Genie prova qualcosa di simile, integrando graffiti e murales direttamente nell’azione.

Un dipinto sotto forma di videogioco: Okami
Un dipinto sotto forma di videogioco: Okami

Il discorso potrebbe continuare all’infinito e toccare diversi altri aspetti, ma quello che voglio dire è che, come tanti ingredienti dello splendido medium videoludico, un comparto grafico può essere funzionale, atmosferico, intrinseco al gameplay, tutte queste cose insieme oppure qualcosa di ancora diverso. È una delle tante possibilità espressive che sicuramente merita di non essere snobbata o trattata con sufficienza ma, anzi, di essere sfruttata in modo creativo per costruire dei giochi che, in tutte le loro parti, sappiano catturare il cuore di noi videogiocatori. In fondo, è anche questo il bello di giocare.

P.S.: cliccando sui corsivi verrete reindirizzati a pagine Wikipedia per approfondire o alle pagine dei videogiochi sugli store digitali come Steam e il PS Store, nel caso voleste saperne di più sui titoli citati.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *