Oscar 2020: uno sguardo ai candidati a Miglior Film

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Siamo di nuovo in quel periodo dell’anno. Il prossimo 10 febbraio avrà luogo la 92esima edizione degli Academy Awards, la più famosa cerimonia di premiazione in ambito cinematografico che da quasi un secolo tiene col fiato sospeso appassionati e non. Per l’anno domini 2020 ben 9 pellicole sono state nominate nella categoria Miglior Film, segnando forse una delle edizioni più interessanti e competitive degli ultimi tempi con la partecipazione, tra gli altri, di mostri sacri come Martin Scorsese, Quentin Tarantino e Sam Mendes.

Bando alle ciance, ecco a voi le mie personali pagelle per i candidati a Miglior Film del 2020:

Uscito in Italia col titolo Le Mans 66 – La grande sfida, il nuovo film di James Mangold (già regista di Ragazze interrotte e Logan) racconta la lunga progettazione della Ford GT40 da parte di Carroll Shelby (Matt Damon) e Ken Miles (Christian Bale), prima macchina da corsa statunitense in grado di competere con le invincibili Ferrari e strappare loro il titolo alla 24 ore di Le Mans nel 1966. Alla base del film c’è sicuramente l’idea di elogiare una delle eccellenze industriali americane ma vi è soprattutto una metafora della lotta, spietata e attualissima, tra grandi talenti difficilmente addomesticabili e il marketing delle grandi aziende che, al contrario, hanno bisogno e scelgono di avere sotto contratto dipendenti facili al compromesso. Nonostante l’ideologia di base potenzialmente interessante, il film non ha suscitato in me particolari emozioni in primis per l’argomento trattato a cui non sono interessata ma soprattutto per la sceneggiatura piuttosto piatta e la lunghezza proibitiva per un profano del mondo automobilistico. Senza infamia e senza lode per me ma probabile film d’interesse per gli appassionati di motori. VOTO: 6,5

Ci ho messo circa una settimana per digerire quell’immensa opera che è The Irishman, meticoloso e dostoevskiano compendio di carriera di uno dei più grandi uomini di cinema che siano mai esistiti. Martin Scorsese con magistrali movimenti di macchina e una cura maniacale dei particolari rimane fedele a sé stesso condensando in tre ore e mezza un gangster movie dalla parvenza fredda e asettica ma che rivela un’enorme carica emotiva nella gestualità e nelle azioni dei personaggi. Ma The Irishman è anche e soprattutto una storia di vita ampia e dettagliata, del mafioso Frank Sheeran certo, ma anche del regista stesso che con i suoi 77 anni d’età ci regala lo sguardo di un veterano del cinema, che di film ne ha diretti 25 e che ormai sente inesorabilmente il peso del tempo trascorso ed i suoi cambiamenti. Nessuno meglio degli amici di sempre Robert De Niro e Joe Pesci (per non parlare di Harvey Keitel seppur in misura minore) poteva mettere in scena un film di questa portata e se ci mettiamo anche quel mostro sacro di Al Pacino il risultato non può che essere stellare. VOTO: 10

Divertente e fiabesco, Jojo Rabbit entra a pieno titolo nel filone della favola teen che strizza l’occhio al romanzo di formazione e al cinema di Wes Anderson. Non è nuovo l’utilizzo della commedia per trattare il tema dell’Olocausto ma rispetto ai suoi predecessori Taika Waititi sceglie dark humor e nonsense per caratterizzare il suo film, strizzando sicuramente l’occhio alle nuove generazioni notoriamente più inclini ad apprezzare questo genere di comicità. Il Nazismo è messo in scena nella sua assurdità, con personaggi caricaturali e gag esilaranti che ne esplicitano e accentuano la follia, riuscendo tuttavia a non essere solo mera parodia fine a sé stessa. La storia del piccolo Jojo (interpretato dall’esordiente Roman Griffin Davis) non dimentica mai gli orrori di quella dittatura ma sceglie semplicemente una chiave più leggera ma molto educativa per poterne parlare. E devo dire che ci riesce molto bene. VOTO: 8,5

Todd Phillips, già regista della trilogia comica campione di incassi Una notte da leoni, inverte completamente rotta e porta in scena una violenta critica della società odierna utilizzando il famoso e ormai inflazionato personaggio DC Joker. Lo fa avendo sicuramente bene in mente la storia del cinema, in primis il Travis Bickle di Taxi Driver interpretato da Robert De Niro che, guarda caso, è presente nel film in un ruolo diametralmente opposto a quello che gli diede la fama nel 1976. Il Joker di Todd Phillips è malato, ferito ed emarginato perché rappresenta la parte più degradata della società, quella che ci fa vergognare e che facciamo finta di non vedere ma il tutto è reso veramente potente e iconico dalla meravigliosa interpretazione di Joaquin Phoenix e dalla colonna sonora della violoncellista islandese Hildur Guðnadóttir. Davvero ammirevole la scelta del regista di aver lasciato commedie poco impegnate per dirigere un film che possa scuotere maggiormente le coscienze di un pubblico medio ma a mio avviso siamo ben lontani dal capolavoro osannato dai più. Tentativo più che riuscito, comunque. VOTO: 8,5

Dopo la fortunatissima opera prima Ladybird, Greta Gerwig torna dietro la macchina da presa con l’ultima di una lunga serie di trasposizioni del famoso romanzo di Louisa May Alcott, Piccole Donne, di cui firma anche la sceneggiatura. Seppure la storia sia ben nota e lo script perlopiù fedele al bestseller, la regista riesce a metterci comunque del suo soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi con cui lo spettatore non può far altro che empatizzare. La ribelle Jo March (interpretata magistralmente da Saoirse Ronan) non è solo alterego della Alcott ma anche della stessa Gerwig e di tutte le donne che ancora lottano per riuscire a trovare il loro posto e la loro indipendenza in una società non sempre favorevole. Un vero peccato che la regista statunitense non abbia ottenuto anche la candidatura come Miglior Regista perché di certo ha già ampiamente dimostrato di non avere nulla da invidiare ai suoi talentuosi colleghi maschi. VOTO: 9

La fine di un amore, le relazioni complicate, sono tutt’altro che tematiche innovative per quanto riguarda il cinema ma nonostante questo Noah Baumbach ha saputo scrivere e dirigere un vero gioiello. Storia di un matrimonio è un film che fa emozionare ma soprattutto soffrire per la sua capacità di toccare corde intime e profonde e per il suo straordinario realismo che trova il palcoscenico prefetto persino in una stanza spoglia. La storia di Charlie (Adam Driver)e Nicole (Scarlett Johansson) è palpabile e vera grazie ai dialoghi, i piccoli gesti e i sottintesi che i due si scambiano, portando lo spettatore ad una profonda empatia nei loro confronti. Ma è il silenzio il vero protagonista di questo film che spesso è più assordante di qualunque litigio o incomprensione.  VOTO: 9

Non avrei mai pensato che dopo American Beauty, in assoluto uno dei miei film preferiti di sempre (se non ve lo siete ancora visto per carità recuperate subito!) Sam Mendes sarebbe stato in grado di riconquistarmi ancora ma mi sono dovuta ricredere. 1917 è una delle migliori rappresentazioni storiche che abbia mai visto, curata nei minimi particolari e cruda fino al midollo ma ugualmente coinvolgente grazie al “finto” piano-sequenza (c’è una separazione al nero tra i due macro-atti e un sofisticato montaggio invisibile) che permea tutto il film e rende lo spettatore protagonista in prima persona degli orrori delle trincee francesi della Prima guerra mondiale. L’empatia verso i due giovani caporali protagonisti Schofield e Blake (interpretati rispettivamente da George MacKay e Dean-Charles Chapman), il sentimento di vicinanza tra i soldati ma soprattutto l’importanza del racconto e della memoria sono ciò che rendono questa pellicola molto più che un semplice film di guerra perché in grado di scavare a fondo, formare e cambiare l’intera esistenza di un uomo. VOTO: 9,5

Un amore smisurato e appassionato per la settima arte lungo tutta una vita, questo mi ha fatto provare l’ultimo lavoro di Quentin Tarantino. C’era una volta…a Hollywood mette in scena la vera essenza del re del postmoderno con un citazionismo che forse più che in altre sue pellicole è funzionale a comprendere e apprezzare l’intero script. Meno dialoghi iconici e non sense, meno violenza “pulp”, resta solo una lunga lettera d’amore alla Hollywood del 1969, la Hollywood dell’infanzia che ormai è perduta per sempre. Non è tanto la storia raccontata ad emozionare, seppure il rapporto di amicizia tra Rick Dalton (Leonardo di Caprio) e Cliff Booth (Brad Pitt) sia di rara bellezza ma è il valore salvifico che Tarantino attribuisce alla sua più grande musa, la settima arte stessa. Così forte e pura da poter cambiare persino la più tragica delle storie. VOTO: 9

Per saperne di più: https://loradaria.com/2019/10/14/cera-una-volta-a-hollywood-tre-considerazioni-a-quattro-mani/

Con la vittoria della Palma d’oro al Festival di Cannes, Bong Joon-ho è stato il primo regista sudcoreano ad aggiudicarsi tale riconoscimento. E a pieno diritto, oserei dire. Parasite è l’imprevedibilità fatta film e da tempo non mi capitava di imbattermi in una visione di questo genere: si passa infatti da una commedia nera che suscita anche il riso ad una sanguinosa e violenta critica sociale sulla condizione dei più poveri senza stacchi, senza avvertimenti, senza nessuna presenza che ti indichi dove la vicenda andrà a parare e, a tratti, facendoti andare addirittura fuori strada. Il carattere straniante della pellicola è supportato da inquadrature studiate e impeccabili, da un cast di alto livello (composto tra gli altri da Song Kang-ho da tempo collaboratore del regista) e da una colonna sonora (composta dal 37enne Jung Jaeil) tra le più interessanti che abbia ascoltato negli ultimi tempi: The Belt of Faith non mi esce più dalla testa. VOTO: 9,5


E voi? Cosa ne pensate dei candidati? La discussione è aperta!

Arianna Dornetti

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