In una bolla

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Ho guardato film. Ho lavorato da casa (lo smart working non mi ha ancora convinto, ma mi sto abituando). Ho scritto post. Ho letto storie. Ho parlato di politica. Ho fatto aperitivi (su skype). Ho letto. Ho letto. Ho letto. Forse non ve l’ho detto, ma ho letto (manca la carta igienica e poi ho letto tutto). Ho passato serate meravigliose con gli amici (in videocall). Ho fatto la pizza (sono italiana, non potevo astenermi). Ho cucinato anche il pad thai (perché tutto il mondo è paese). Ho cantato dal balcone (vicini, mi dispiace, chiedo scusa). Ho svuotato borse (piene penso dal ’15-’18). Ho trovato gli occhiali di mamma quando era giovane e le mancavano le mie stesse diottrie (sembro una nonna, ma mi piacciono). Ho corso (sul tapis roulant). Ho guardato Harry Potter (e stasera tutti collegati!). Ho guardato il video di mio nipote che impara a gattonare (almeno 18 volte, credo). Ho sentito amici lontani e vicini. Ho portato la spesa alla nonna (e l’ho salutata dalla finestra: aveva gli occhi lucidi e io pure). Ho fatto le bolle di sapone (allego foto). Ho scritto. Ho disegnato. Ho pianto (ma ho anche riso un sacco). Ho cucito. Ho fatto la spesa online. Ho studiato. Ho creato un video tutorial per iscriversi a skype (dopo averlo spiegato 3 volte a mia madre e a mio padre, ho capito che probabilmente ne avevano bisogno anche i loro amici). Ho guardato il tg. Ho cantato sotto la doccia (le scuse in questo caso vanno ai miei genitori). Ho letto i quotidiani. Ho ascoltato podcast. Ho usato i social (il telefono mi sta chiedendo pietà). Ho guardato serie tv. Ho guardato documentari. Ho mangiato in terrazza. Ho fatto l’idromassaggio (lo so, sono una brutta persona, queste cose non si dicono). Ho aderito a challenge (followers, scusate, ma non mi potevo trattenere). Ho ascoltato musica (da Bach a Elettra Lamborghini per non scontentare nessuno). Ho ballato. Ho dormito (poco). Ho sognato il dopo.

Le mie bolle

Sì, ho sognato il dopo. Non avrei mai pensato di dirlo. Siamo realisti: nessuno di noi sta ballando dalla felicità (anche se ammetto di aver messo la musica tunz tunz ed essermi scatenata almeno un paio di volte), ma ne usciremo. Stando a casa. Siamo tutto sommato fortunati a vivere nel 21° secolo: i social hanno ricreato le piazze e skype o chi per lui ci tiene tutti collegati (appello a whatsapp: facci fare le chiamate in quanti vogliamo). Sono della categoria che nel momento in cui le hanno detto che doveva stare chiusa in casa ha iniziato un elenco di tutte le cose che poteva fare e di come poteva adattarle alla quarantena (odio questa parola). Ho ancora un sacco di cose sulla lista e ammetto di non riuscire a stare ferma. Penso si sia innescato in me un meccanismo di adrenalina continua. Se siete della categoria che non ha più voglia di fare nulla, va bene così. Ognuno reagisce come reagisce. Non è sbagliato. La nonna al telefono in questi giorni mi ha raccontato della seconda guerra mondiale e mi ha detto: “Pensavo che non avremmo mai più avuto paura in così tanti tutti insieme”. Ecco, siamo uomini e siamo tutti uguali e in un modo o nell’altro abbiamo paura. Lei nella sua semplicità ha sintetizzato alla perfezione il concetto.

“Prendiamo in mano i nostri libri e le nostre penne. Sono le nostre armi più potenti.” (Malala Yousafzai)

È terribile e ci spaventa. È lecito avere paura, è lecito essere tristi, è lecito piangere. È fondamentale essere solidali, sentire le persone alle quali vogliamo bene, volgere lo sguardo verso chi ci sta accanto (anche se ha più di un metro di distanza), non andare nel panico perché è finita la pasta al supermercato (anche se effettivamente le penne lisce, anche no).

Siamo in una bolla. Da piccola sognavo spesso di vivere dentro a una bolla di sapone. La sensazione che pensavo si provasse però non era esattamente questa. Non vediamo il mondo dall’alto, ma dai social e ce ne facciamo un’idea a volte un po’ distorta. Non si ha la sensazione di libertà e innocenza, quanto di restrizione.

Ma siamo comunque riusciti a mettere in collegamento le bolle, a mettere in collegamento i cuori.
Stiamo dimostrando che siamo ancora capaci di essere solidali e che gli italiani, quelli solo ‘pizza, pasta e mandolino’, hanno usato la musica e il cibo per rimettersi in connessione, per essere una comunità.

Aiutamoci e ‘volemose bene’ (come direbbero i romani) perché in questo senso non ci batte nessuno.

Vado a leggere.

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