45

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I minuti ed il titolo dell’album d’esordio della più rivoluzionaria band della storia, punk anche senza la grettezza del genere, punk e più punk dei punk nello stile di vita, ribelle, insofferente, underground e veramente controculturale, antisistema, antitetico, indolente.

45, punto. Minimalista (solo due cifre), nessuna pubblicità (non si poteva), nessuna distribuzione (non si poteva), il suono, lo vediamo dopo, copertina da due soldi, grafica tremolante (pare disegnata da un minatore ubriaco): questo è fottuto punk.

Kino (pronunciato “kinò”, cinema, in russo), nome del gruppo, primo e unico Rock – con la erre maiuscola – dell’Unione Sovietica, quello definitivo, totale: nato, arso con ardore, morto prematuro, idolatrato all’infinito e ignoto fuori dei residuati del colosso comunista, come del resto la nazione stessa.

Dicevo, punk, e lo ripeterò almeno altre 200 volte, fino a far chiudere dalla nausea la pagina dai pochi lettori che per sbaglio l’hanno aperta e dai pochi dei pochi che fino a qui sono arrivati. Sex Pistols, Ramones, Clash… Troppo facile essere punk in nazioni libere e dove si può tutto, dove la condanna sociale è solo apparente. Cos’è essere ribelli dove Brežnev è presidente, l’erede di Stalin, il totalitario, l’opprimente, dove è ammesso solo un modello d’uomo, proletario e socialista, dove si vieta ogni contaminazione capitalista, si vieta la cultura, gli usi, il cibo e, soprattutto, il rock?

Lunghi interrogatori, percosse, mesi di carcere o di “riqualificazione” per chi avesse azzardato pensarci. In una nazione così, anche solo un innocuo vinile dei Velvet Underground poteva portare a grane. E il desiderio di conoscere era fortissimo… Il fascinoso e proibito rock occidentale: baciami, sono bello e famoso!

Da decenni, si improvvisavano i più improbabili mezzi di diffusione ed ecco comparire la “musica sulle ossa”: dischi pirata, importati illegalmente e ristampati su radiografie; un must per un intero popolo, dannatamente fascinoso, a mio parere.

Questo, il brodo primordiale da cui l’improbabile cantante metà nordcoreano e metà russo Viktor Tsoi (capo addetto alle caldaie di un palazzaccio sovietico), e compagni, si formarono e aprirono la mente a dimensioni alternative, anarchiche, ribelli, punk. Si ascoltava Lou Reed, tanto Bowie, tanto folk rock americano e già era in arrivo la New Wave, con il contrabbando che viaggiava alla velocità delle drum machine in cassa quattro quarti. La tecnica, poca, se non zero. Quella che c’era era autodidattica, ma del resto, come Jimi Hendrix.

1982, l’anno d’uscita del disco, quando ai sovietici non erano ancora ammesse caute dosi del festival sanremese, che spopolerà solo dall’anno successivo, edulcorato da quel pizzico di censura: roba da cariarsi i denti.

Cosa poteva nascere? Un album d’esordio già sorprendentemente maturo e strutturato, di difficilissima catalogazione, completo sia per i testi che per le sonorità e dall’utilizzo sapiente delle poche risorse a disposizione.

Flauti, violoncelli, glockenspiel, si intrecciano con le chitarre ritmiche e solista in un groove elaborato e dalle reminiscenze progressive. Insospettabile l’utilizzo di una primordiale drum machine (per essere al passo dei migliori colleghi): una vera rarità, in un mondo che non le costruiva, non le importava e non le voleva. Di certo le percussioni sono in secondo piano: alle chitarre il compito di costruire il ritmo.. e di certo non si poteva fare troppo casino, meglio non rischiare.

Il canto di Tsoi risulta molto espressivo e soprattutto vario, presentando coloriture vocali che passano dal tono sommesso e sognante, alle asprezze del rock duro e senza compromessi.

Si sentono tutte le influenze della formazione, ma è dal folk rock che traggono maggiori ispirazioni, forse per le ristrettezze che non gli consentirono di osare, come per l’assenza di effetti alla chitarra (probabilmente un’Ural sovietica da due soldi), e l’assenza di una vera batteria, di mixaggio, di sintetizzatori e dei classici ritocchi in studio che qualsiasi band occidentale utilizzava e utilizza su larga scala.

L’incisione senza soldi si traduce in una qualità audio pessima, davvero primitiva, che è fascino aggiuntivo. Il suono esce caldissimo, ovattato, vinilico anche nelle versioni digitali, come attutito da strati di calda lana, e rende al massimo la quieta e rassegnata melanconia dei testi, che riflettono la condizione miserabile e l’impossibilità di realizzarsi.

Tu ascolti e inizi il viaggio in una placida e felice rassegnazione, anche se non capisci, immerso in suoni dolci e positivi, dal sapore agrodolce se poi ne scopri il senso. Allora comprendi, e empaticamente approvi, ti avvicini, ti senti anche un po’ meno solo e triste e assimili la gioia e il fuoco vitale di chi è felice ed è privato di tutto. Ed è tristemente punk e “si fottano tutti, e si fottano se quello che facciamo non ha la possibilità di vendere, e si fottano se questa intera nazione non ci ammette!”, avrebbero potuto dire.

Diventeranno la più grande band di quel mondo, portatori del vento di cambiamento dell’epoca gorbacioviana, ma Tsoi continuerà a lavorare come capo caldaia fino alla fine prematura. Neppure lui ci credeva, per quanto ci credesse.

Eppure la loro sfortuna è la loro grandezza, e nessuno è mai stato così pioniere, rivoluzionario, grande. 45 ne è il simbolo, il vero album di rottura, punk pur non essendo punk. Loro, più punk dei punk. 

Riccardo Crotti

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